Václav #41
6 - 22 novembre
Apriamo l’edizione numero 41 di Václav con un ampio approfondimento dedicato al veto al bilancio Ue 2021-2027 e al Recovery Fund esercitato da Polonia e Ungheria. Cercheremo di capire le origini e i risvolti di uno strappo che a livello europeo non ha precedenti.
Spazio poi a un nuovo focus sul coronavirus, con la curva dei contagi che finalmente comincia a decrescere in gran parte dell’area Visegrád. In questo numero abbiamo deciso, inoltre, di raggruppare le notizie di due temi di sicuro interesse, come quello sull’aborto e sull’impatto regionale delle elezioni americane. Infine dopo la consueta carrellata di notizie dai vari Paesi, chiudiamo con le sezioni sport, anniversari, arte e architettura.
Non resta che augurarvi buona lettura!
Focus 1 / Quel veto pesante
Come ampiamente previsto dagli osservatori, e come preannunciato dai diretti interessati, Polonia e Ungheria hanno bloccato l’approvazione del bilancio europeo per i fondi strutturali 2021-2027, cui si lega il Recovery Fund, istituito per favorire la ripresa nel periodo post-pandemico. Più esattamente, i due governi hanno posto il veto sulle cosiddette risorse proprie, il passaggio che consente all’Ue di emettere titoli con cui finanziare il Recovery Fund e una parte del bilancio settennale per i fondi.
La decisione di Budapest e Varsavia è arrivata in seguito all’accordo tra parlamento Ue e presidenza tedesca del Consiglio europeo, poi votata da quest’ultimo a maggioranza qualificata, sull’istituzione di un meccanismo che vincola i fondi al rispetto dello stato di diritto, in particolare dell’indipendenza dei giudici (se non ci fosse, nessuno vigilerebbe su possibili casi di corruzione): ecco come funziona.
Ma perché Budapest e Varsavia hanno posto il veto? Che partita intendono giocare? Matteo Tacconi ha provato a spiegarlo per Ispi, ricordando che il veto è anche un’espressione dell’idea di Europa che i due governi hanno: “L’Ue deve garantire mercato, frontiere aperte e sviluppo, senza sognarsi di dare lezioni di democrazia”.
E adesso che succede? Sui due governi ribelli verranno esercitate enormi pressioni. Se non cedessero, il Recovery Fund potrebbe essere scorporato dal bilancio settennale per i fondi strutturali, ma a quel punto diverrebbe un puro accordo intergovernativo, perdendo il suo quoziente federale, ovvero la creazione di debito comune tra i Paesi Ue. È uno degli scenari descritti dal Post. Di questa possibilità ne parla, caldeggiandola, anche Wolfgang Münchau, ex opinionista del Financial Times, in uno dei suoi ultimi editoriali per Eurointelligence, il sito sull’Eurozona e sull’Ue che ora dirige.
I premier ungherese e polacco, Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki. Per quest’ultimo, in Europa c’è “un’oligarchia di potenti che punisce i più deboli”. | Foto tratta da Flickr.
In patria, intanto, il premier polacco Mateusz Morawiecki è intervenuto in parlamento con un discorso molto aggressivo. «Lo stato di diritto nell’Ue ormai è usato come una clava propagandistica, una cosa che noi conosciamo dai tempi del comunismo. […] Un’Unione in cui un’oligarchia di potenti punisce i più deboli e li relega in un angolo non è l’Unione in cui siamo entrati». Il discorso del premier, citato da Notes from Poland, è stato duramente criticato dalle opposizioni, ma appoggiato dal vicepremier ed eminenza grigia del governo polacco Jarosław Kaczyński, fondatore di Diritto e Giustizia (PiS), il partito al potere dal 2015.
Va ricordato che in questi anni la Polonia ha subito varie procedure di infrazione, da parte della Commissione Ue, per le riforme sulla giustizia varate. Hanno falsato l’equilibrio tra poteri, portando l’esecutivo a dominare il giudiziario, secondo Bruxelles, e ferendo dunque il principio dello stato di diritto. E a questo si ricollega il meccanismo che tanta discordia sta generando.
In Ungheria, il primo ministro Viktor Orbán, nel suo tradizionale intervento alla radio del venerdì, ha parlato del momento di tensione in Europa. Da un lato, ha ricordato che l’Unione è fondata sul compromesso, e questo porta anche a duri scontri. Una mezza apertura? Dall’altro ha tirato in ballo George Soros, come spesso gli capita di fare. Via Hungary Matters.
“Repubblica Ceca e Slovacchia non hanno seguito Ungheria e Polonia sul veto. Per i loro governi il compromesso sullo stato di diritto è accettabile. La riprova che il Gruppo Visegrád non pensa sempre all’unisono. ”
Da registrare che Repubblica Ceca e Slovacchia non hanno seguito Ungheria e Polonia sul veto. Per il ministro degli esteri ceco, Tomáš Petříček, «il compromesso proposto dalla presidenza tedesca è accettabile». Gli ha fatto eco l’omologo slovacco, Ivan Korčok. «Non penso che sia realistico abbandonare completamente il principio di legare l'erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto. Questo non è il modo di agire. Il veto espresso da Polonia e Ungheria non significa la fine dei negoziati, ma la scadenza per trovare un accordo si avvicina». Le parole dei capi delle diplomazie di Praga e Bratislava sono riportate da Euractiv.
Molteplici i commenti della stampa internazionale allo stallo. Europa Today riferisce, tra le altre cose, del plauso della destra italiana a Viktor Orbán e Jarosław Kaczyński, capaci di mettere l'identità nazionale davanti alle pretese europee. Sulle colonne di Politico invece, un intervento di tenore opposto firmato da R. Daniel Kelemen, professore di Scienze politiche all'università statunitense di Rutgers, che esorta a svelare quello che lui ritiene sia un bluff perpetuato da Polonia e Ungheria. Intervistato da Bloomberg, lo storico britannico Timothy Garton Ash, invece, colloca la bagarre sullo stato di diritto in una prospettiva più profonda, e si chiede se nel lungo periodo l’Unione europea rimarrà un progetto fondato sui valori democratici.
Focus 2 / La curva del virus
La seconda ondata della pandemia di Covid-19 sembra mostrare segni di rallentamento in almeno tre dei quattro Paesi dell’Europa Centrale. In Polonia, dove il 19 novembre c’è stato il picco delle vittime (637), da qualche giorno, in ragione delle stringenti misure di contenimento adottate – tra cui la chiusura di ristoranti e scuole, nonché i divieti molto netti sugli assembramenti - la curva dei contagi inizia a flettere verso il basso. A fine mese le autorità valuteranno se e come allentare i limiti al momento in atto. Oltre a creare pressione sulla sanità polacca, storicamente fragile sia per la carenza di investimenti, sia per la fuga di camici bianchi nell’Europa occidentale, la pandemia sta avendo un impatto sull’economia, in recessione. Almeno 3-4 i punti di Pil che verranno bruciati. Scenario tratteggiato da Intellinews.
Anche in Repubblica Ceca, dove il picco dei decessi (258) e dei nuovi contagi (15725) si è registrato a inizio novembre, la situazione appare in miglioramento. Il livello di rischio epidemiologico è stato abbassato a quattro, su una scala di cinque. Ciò ha permesso un primo allentamento delle restrizioni in vigore. L’orario di inizio del coprifuoco notturno passa dalle 21 alle 23, sono permessi gli incontri (massimo sei persone) e scatta il graduale ritorno a scuola negli istituti primari. Su misure contenitive e prossimi allentamenti scrive Radio Praga, qui e qui. Prague Morning ricorda che resta chiusa la maggior parte dei negozi, mentre lo stato di emergenza è stato esteso al 12 dicembre.
E ora la Slovacchia, il primo e finora unico Paese in Europa a testare in massa la propria popolazione con un tampone antigenico rapido, nel weekend fra il 31 ottobre e il 1° novembre. L’operazione è stata ripetuta sette giorni più tardi. Su un totale di 3,6 milioni di test effettuati - pari a due terzi della popolazione slovacca - si è riscontrato un dato inferiore all'1% di positivi. Un terzo giro di tamponi è stato effettuato anche nel weekend del 21-22 novembre, ma solo nei 500 comuni e nelle cinque città di medio-piccole dimensioni dove più dell'1% dei test effettuati ha dato esito positivo. Intanto, sta scendendo il numero dei nuovi casi giornalieri, passati dal picco di 3363 del 30 ottobre ai 1665 del 19 novembre. Numeri incoraggianti, ma che non illudono il premier Igor Matovič. Ha annunciato che se i dati sui contagi quotidiani non scenderanno in modo significativo, misure più restrittive verranno adottate a dicembre. Ha parlato anche della possibilità di un nuovo test di massa prima di Natale. Nel frattempo, il ministero dell'Economia sta trattando l'acquisto di 16 milioni di tamponi antigenici rapidi. La notizia sullo Slovak Spectator.
“Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia segnano un rallentamento nella crescita dei contagi e si preparano ad allentare gradualmente le misure di contenimento. In Ungheria, dove la situazione è peggiore, il lockdown parziale durerà almeno fino a febbraio. Polemiche sul possibile uso del vaccino russo da parte di Budapest. ”
Il Paese del V4 che al momento soffre di più è l’Ungheria. Sono 165.901 i casi dall’inizio della pandemia. Più di 3500 i decessi confermati. A seguito dell’andamento crescente della curva, il governo di Budapest ha stabilito che il lockdown parziale continuerà almeno fino a febbraio. Le restrizioni attuali comprendono, tra le altre cose, la didattica a distanza per scuole superiori e università, oltre al coprifuoco tra le 20 e le 5 del mattino. Lo riporta l’Ansa. Per far fronte all’emergenza, il governo ungherese ha dichiarato di volere condurre dei test con lo Sputnik V, il vaccino contro il Covid-19 attualmente in fase di sviluppo nei laboratori russi. Lo scenario lascia perplessa Bruxelles. Pur non facendo diretto riferimento al vaccino russo, un comunicato rilasciato giovedì 19 novembre dalla Commissione indica che l’utilizzo di vaccini non approvati dalla Ema, l’agenzia del farmaco europea, potrebbe rendere scettica la cittadinanza verso l’opportunità di vaccinarsi. Sul Financial Times si paventa la possibilità che le intenzioni ungheresi siano squisitamente di carattere geopolitico.
Focus 3 / Aborto
Proteste contro la stretta sull’aborto a Cracovia | Wikimedia.
Varsavia, la polizia carica le attiviste…
Dopo la manifestazione nazionale del 30 ottobre a Varsavia, picco delle dimostrazioni contro la stretta sull’aborto, il movimento delle donne non ha smesso di promuovere iniziative. Minori e non più su base quotidiana, ma comunque degne di cronaca. Una delle forme di protesta più gettonata è quella dei blocchi stradali. Quelli di mercoledì 18 novembre a Varsavia hanno visto la polizia usare i lacrimogeni e i manganelli. Diversi agenti, a quanto pare delle sezioni antiterrorismo, erano in borghese. Molte le critiche su questa condotta. Il pezzo di scenario è di Associated Press. Strajk Kobiet, così si chiama il movimento delle donne, ha avviato una campagna volta a identificare gli agenti che hanno abusato della forza. Una campagna mutuata dalle attiviste per la democrazia bielorusse. In un certo senso, denunciano le donne polacche, la Polonia sta diventano sempre più simile al regime ex sovietico. Da Gazeta Wyborcza.
…e la destra cristiana americana “investe” sulla Polonia
Al Jazeera ospita un intervento di Claire Provost e Nandini Archer, di Open Democracy, sulle campagne anti-abortiste che i gruppi della destra cristiana americana stanno conducendo in Europa, Polonia compresa. Campagne, portate avanti con ingenti e opachi finanziamenti, che mirano a condizionare l’opinione pubblica e le corti. Tra questi gruppi figura l’American Center for Law and Justice (Aclj), di cui è una figura di spicco Jay Sekulow, l’avvocato difensore di Trump nella causa per impeachment. Poco prima della sentenza con cui il Tribunale costituzionale polacco ha ristretto sensibilmente la possibilità di aborto legale, l’Aclj ha inviato allo stesso Tribunale un’opinione legale, favorevole ovviamente alla limitazione dell’accesso all’aborto. Qui l’intervento di Provost e Archer.
Sul tema dell’aborto si alza il livello di allerta delle associazioni femministe anche in Ungheria, dove il mese scorso il governo ungherese ha dato il patrocinio a un evento organizzato da associazioni anti-abortiste. Lo fa notare Balkan Insight. Non è l’unico segnale che fa sospettare le intenzioni di Orbán e dei suoi di seguire l’esempio polacco e impedire l’accesso all’aborto legale nella cornice di una politica di riscoperta dei valori tradizionali. A oggi in Ungheria l’interruzione di gravidanza è permessa fino alla 12esima settimana di gestazione, con prolungamenti fino alla 24esima in casi particolari.
Focus 4 / Da Trump a Biden
Come cambiano i rapporti per la Polonia
Nei quattro anni di presidenza Trump, la Polonia ha avuto rapporti molto intensi con la superpotenza. Varsavia ha condiviso con il presidente americano uscente una certa visione del mondo, adeguandosi alla sua dottrina per l’Europa: dividere il blocco dei 26 e limitare la Germania. In cambio, si legge su un’analisi di Piotr Buras per Visegrad Insight, la Polonia ha visto accrescere la protezione militare da parte di Washington. Difficilmente il nuovo presidente americano, Joe Biden, cambierà gli accordi militari firmati da Trump, appena formalizzati, che prevedono l’arrivo in Polonia di un contingente americano da più di 5000 unità (qui). Tornerà però a riconsiderare la Nato e le istituzioni europee, continua Buras, forzando Varsavia a recuperare il rapporto con la Germania, sensibilmente peggiorato in questi anni. Se saprà farlo, la Polonia potrà contare anche agli occhi della nuova presidenza americana.
Zeman, parole al vetriolo per Trump
Il presidente ceco Miloš Zeman si è espresso in maniera molto dura nei confronti di Trump, che non ha ancora accettato il risultato delle elezioni presidenziali americane del 4 novembre, nonostante le urne abbiano visto prevalere il suo sfidante Joe Biden «Personalmente ritengo che sarebbe molto più ragionevole arrendersi, non essere imbarazzante, e permettere al nuovo presidente di assumere l’incarico». Come ricorda Kafadesk, in occasione delle elezioni del 2016 Zeman era stato uno dei pochi capi di Stato europei a sostenere Trump. Una fiducia che no è stata rinnovata per questa tornata elettorale.
SEGUI TUTTE LE NOSTRE ATTIVITÀ. GLI ARTICOLI SU CARTA E IN RETE. I LONGFORM, STORIE MOLTO LUNGHE, TUTTE DA LEGGERE, POSSIBILMENTE SLEGATE DALLA CRONACA. GLI INTERVENTI RADIO-TV COME ESPERTI. E IL VÁCLAV, LA NOSTRA RICCA RASSEGNA STAMPA SULL’EUROPA CENTRALE.
Polonia
“Continuano a far discutere gli scandali di pedofilia nella chiesa polacca. Stavolta, a finire sul banco dei sospettati è Stanisław Dziwisz, per molti anni segretario personale di Papa Giovanni Paolo II. Avrebbe coperto diversi casi, rivela un documentario dell’emittente Tvn24. ”
Don Stanislao copriva i pedofili?
Tvn24, principale televisione privata in Polonia, ha mandato in onda un documentario shock sul cardinale Stanisław Dziwisz, per molti anni segretario personale di Papa Giovanni Paolo II, poi arcivescovo di Cracovia. Nel documentario, intitolato Don Stanislao, l’altra faccia del cardinale Dziwisz, si evidenzia come il porporato “abbia nascosto per anni a papa Wojtyla le denunce sui crimini dei preti pedofili in tutto il mondo, anche in cambio di soldi, e di aver insabbiato pure gli scandali della Chiesa polacca”, riporta il Corriere della Sera. Tra gli scandali coperti, figurerebbero anche quelli dell’ex cardinale americano Theodor McCarrick. Di lui si è tornato a parlare di recente. Ecco un’ampia pagina in merito, sempre del Corriere della Sera.
Un giudice scomodo
Igor Tuleya è un giudice del tribunale di Varsavia. È stato molto critico verso le riforme adottate dal governo in materia di giustizia. Per questo la Camera disciplinare istituita dall’esecutivo presso la Corte suprema lo ha sanzionato, negandogli l’accesso in aula e depennando dal calendario i casi da lui gestiti. La Camera disciplinare è ritenuta un organismo politico istituito in modo illegittimo, secondo la stessa Corte suprema e la Corte di giustizia dell’Unione europea. Nonostante questo, continua a operare. Per la sua resistenza, Tuleya ha subito attacchi dalla stampa di destra e minacce pesanti. La vicenda, ennesima cartina di tornasole della “presa” della giustizia da parte del governo, è raccontata dal New York Times.
Clima, Bruxelles chiama Varsavia
La Commissione europea presenterà al vertice Onu di dicembre sul clima il suo nuovo obiettivo: tagliare del 55% le emissioni entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. È più ambizioso del precedente (40% entro il 2030), ma bisognerà convincere la Polonia a sposarlo. Varsavia, che molto più di ogni altro Stato membro dipende dal carbone, avanza dei dubbi sul piano di Bruxelles. Non è un no categorico, ma il governo ha chiesto alla Commissione di avere informazioni chiare in merito alla road map, riferisce Swiss Info, sito internazionale della radio-televisione svizzera.
Quindici piatti da gustare
La Cnn, nella sezione viaggi, dedica un focus alla cucina polacca suggerendo 15 piatti da provare. Ci sono ovviamente i pierogi, grossi ravioli ripieni, forse il “marchio” della cucina nazionale. E poi molte altre pietanze della tradizione, tra cui la kotlet schabowy, descritta come l’alternativa polacca a base di carne di maiale alla cotoletta viennese, e i placki ziemniaczane, ottime frittelle di patate. Tra i dolci, ecco il marzapane di Toruń. Il resto dei piatti qui.
Ungheria
Corsa agli armamenti
Dopo anni di continui aumenti al budget per la difesa, il governo Orbán ha siglato due nuovi contratti rispettivamente con un produttore statunitense e uno norvegese per la fornitura di sistemi di contraerea che andranno a sostituire quelli attualmente in uso, risalenti agli anni ’70 e di fabbricazione sovietica. L’ambasciata americana a Budapest ha espresso soddisfazione per l’affare, come riporta Associated Press.
Scacco alla Costituzione
Approfittando dello stato d’emergenza legato alla pandemia, il governo Orbán ha sottoposto un emendamento alla costituzione che riguarda il tesoro pubblico. Come spiega Edit Zgut su Visegrad Insight, l’emendamento porterebbe a non considerare denaro pubblico quello trasferito dal governo alle fondazioni da esso promosse. L’effetto di breve termine sarebbe quello di aumentare il potere di queste fondazioni e il loro legame politico con Fidesz, che così manterrebbe a sua volta il controllo su quello che le fondazioni gestiscono, anche in caso di cambio di maggioranza parlamentare. L’emendamento, per essere approvato, avrà bisogno della maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento.
Repubblica Ceca
La prima donna soldato morta in missione
La sergente Michaela Tichá ha perso la vita a causa di un incidente in elicottero sull’isola di Tiran, nel Mar Rosso. Tichá era membro della missione di pace internazionale che opera all’interno del Sinai e controlla che i termini del trattato tra Egitto ed Israele del 1982 vengano rispettati. Insieme a lei, a bordo del velivolo, si trovavano anche cinque soldati americani e un francese. Nessuno di loro è sopravvissuto. La sergente Tichá è il trentesimo militare ceco, nonché la prima donna, a cadere in una missione all’estero. Lo scrive Radio Praga.
Il campo di concentramento ritrovato
Un gruppo di archeologi ha portato alla luce i resti di uno dei quattro campi di concentramento nazisti costruiti nella città di Liberec per la popolazione romaní. Secondo gli storici in questo sito furono costrette ai lavori forzati 130 persone tra il 1941 e il 1943 prima di essere inviate ai campi di Ravensbrück, Buchenwald e Auschwitz, dove tutte trovarono la morte. La storia si trova su Prague Morning.
Sport
Tra Europei e Nations League
La nazionale di calcio slovacca parteciperà agli Europei di calcio che si terranno l'anno prossimo. La qualificazione è stata raggiunta il 12 novembre, al termine di uno sofferto spareggio con l'Irlanda del Nord, conclusosi ai tempi supplementari con il risultato di 2 a 1. Si tratta della seconda partecipazione consecutiva dell'undici slovacco alla fase finale dell'Europeo. Se ne parla sul Post. Pochi giorni dopo questo importante successo è arrivata invece la delusione della retrocessione della nazionale del tecnico ad interim Stefan Tarkovic nella serie C della Nations League. A determinare l'ultimo posto nel girone, la sconfitta per 2 a 0 maturata il 18 novembre a domicilio contro i rivali della Repubblica Ceca, che sono stati promossi in serie A. Via Kafkadesk.
Alla delusione slovacca fa da contraltare la gioia ceca. Grazie alla vittoria nel derby, l’undici del ct Šilhavý avrà dunque nella prossima stagione la possibilità di giocare per il titolo, e si assicura un posto agli eventuali play off per le qualificazioni ai Mondiali del 2022. Si è completato inoltre il girone dei prossimi Europei in cui competerà la Repubblica Ceca. Oltre a Inghilterra e Croazia, la quarta formazione a cercare il passaggio del turno agli ottavi di finale, sarà la Scozia.
Il rider con la spada
Classe 1985, Rubén Dario Limardo Gascón è stato oro olimpico nella spada a Londra 2012 e due volte argento ai mondiali, nel 2013 e nel 2018. Vive in Polonia, a Łódź, da diversi anni. La crisi politica in Venezuela e quella attuale, dovuta al coronavirus, hanno inciso negativamente su rimborsi e sponsor. E così, da qualche tempo lo schermidore consegna cibo a domicilio per Uber. Un modo per mantenere la famiglia, per creare delle entrate. Sale in bici, riceve ordini, pedala. E intanto si prepara per le Olimpiadi di Tokyo. «Ogni volta che faccio una consegna dico a me stesso che anche questo mi aiuterà a ottenere la medaglia che voglio per me e il Venezuela ai Giochi di Tokyo», dice l’atleta. La sua storia su Rai News.
Anniversari
31 anni sul velluto
Il 17 novembre in Slovacchia si è celebrato il Giorno della Lotta per la Libertà e la Democrazia, festa nazionale che ricorda l'anniversario dell'inizio della cosiddetta Rivoluzione di velluto (Nežná revolúcia). A 31 anni di distanza dagli eventi di quel novembre 1989, che determinarono la fine del comunismo nell'allora Cecoslovacchia nel giro di poche settimane, un approfondimento di Buongiorno Slovacchia li ripercorre.
I 400 anni della Battaglia della montagna bianca
Era l’8 novembre 1620 quando sulla collina di Bílá Hora si scontrarono l’esercito della Lega cattolica guidati dall’imperatore Ferdinando II d’Asburgo e quello della Confederazione dei protestanti boemi guidati da re Federico V del Palatinato. Fu una delle battaglie decisive della guerra dei Trent’anni, seguita alla defenestrazione di Praga, che vide prevalere gli austriaci. Dei risvolti di quella che è passata alla storia come la Battaglia della montagna bianca, scrive Andreas Pieralli su East Journal.
Arte e architettura
Il brutalismo polacco…
L’editore indipendente Zupagrafika ha dato alle stampe un libro, Brutal Poland, che esplora l’eredità dell’architettura sovietica nel Paese. I grossi cubi di cemento, gli hotel che sembrano alveari, palazzi che paiono astronavi. I segni dell’architettura brutalista, insomma, che connotano quel ramo dell’Europa un tempo controllato da Mosca e plasmato dal comunismo. Ma era davvero così brutto, il brutalismo? Cosa di efficiente e di interessante si nasconde dietro quelle grandi sagome? Gli autori cercando di andare oltre le apparenze, scavando in questa corrente architettonica. Del libro ne parla, con un breve testo e una gallery, il sito Arch Daily.
…e quello slovacco
La piramide rovesciata alta 80 metri della Radio Nazionale Slovacca (nella foto che segue) non è solo un esempio da manuale di architettura modernista brutalista, ma ormai anche un simbolo di Bratislava. Di certo l'edificio, che nel 2012 è stato votato uno dei 30 più brutti del mondo e gode in egual misura di ammiratori e detrattori, non passa inosservato. Completato in tempi biblici fra il 1967 e il 1983 su un progetto di tre architetti, oggi il palazzo resta uno dei pochi superstiti nella capitale di uno stile architettonico identificato con gli anni bui del comunismo. Un articolo di Lenka Hanulová su Kafkadesk ne racconta il passato e il presente.
L’edificio della Radio nazionale slovacca | Wikimedia
Chi siamo, dove siamo
Centrum Report è un collettivo giornalistico fondato da Matteo Tacconi, Fabio Turco, Salvatore Greco e Lorenzo Berardi, tutti appassionati di Europa Centrale. Per saperne di più su di noi clicca qui. Siamo presenti in rete con un sito, una pagina Facebook e un account Twitter.
Due i prodotti che sviluppiamo. Il primo è Václav, una rassegna stampa ragionata. Una bussola per capire dove va la regione. La pubblichiamo ogni due settimane. Se apprezzate il nostro servizio, invitate altre persone a fruirne!
E poi scriviamo i longform. Articoli molto lunghi, da leggere tutti d'un fiato, su cultura, storia, politica e società dei Paesi dell'Europa Centrale. Non inseguiamo l'attualità, cerchiamo piuttosto di promuovere un giornalismo lento e attento. Ecco l'archivio della sezione.