Ritorno alla casa che brucia

di Fabio Turco

Nel 1942 infuria la guerra in Europa e nel resto del mondo. Dalla Palestina, allora sotto l’amministrazione britannica, si guarda con preoccupazione all’evoluzione del conflitto. In Nord Africa le forze dell’Asse stanno avanzando e mirano al canale di Suez per tagliare la linea di rifornimento agli Alleati. Se dovessero farcela troverebbero la strada spianata verso i pozzi petroliferi del Medio Oriente. Le speranze vengono riposte nell’abilità del generale inglese Bernard Law Montgomery, impegnato a difendere il fronte di El Alamein. Intanto le informazioni che giungono dal Vecchio Continente cominciano a gettare luce sul dramma della Shoah, che si sta perpetrando ai danni del popolo ebraico. Cresce l’esigenza di organizzare attività di spionaggio nell’Europa centrale per sostenere la resistenza.

Per reclutare, si guarda alle prime strutture militari e paramilitari che vanno formandosi in Palestina, dove a partire dagli anni ’20 sono cresciute le tensioni tra gli arabi e gli ebrei, parallelamente alla crescita demografica di questi ultimi (dai 15mila nel 1915 ai 360mila degli anni ’30), incentivata dal mandato britannico, e dalla spinta del movimento sionista. In questo contesto nascono le prime formazioni militari organizzate all’interno della popolazione ebraica, come l’Haganah e l’Irgun. Da una costola dell’Haganah, cellula embrionale di quelle che nel dopoguerra diventeranno le Forze di difesa israeliane, nasce il Palmach, una sezione che aveva come obiettivo l’addestramento militare dei giovani. Gran parte dei volontari proviene dall’Europa centrale, dove i nazisti hanno installato la maggior parte dei campi di sterminio. Chi meglio di questi giovani potrebbe operare nei territori occupati dal nemico per compiere azioni di intelligence? 

È un’idea che si fa spazio all’interno del MI6, i servizi segreti di Sua Maestà, e della Special Operations Executive (Soe), formazione di agenti segreti d’élite creata dal primo ministro Winston Churchill un paio d’anni prima. I britannici forniranno strutture e istruttori, l’Haganah gli uomini. Rispondono all’appello in 250, ma in fase di selezione solo 110 di loro sono ammessi all’addestramento che si tiene al Cairo all’inizio del 1943. Alla fine saranno 37 gli agenti inviati in Europa (32 di loro paracadutati, mentre cinque raggiungeranno la destinazione con altri mezzi). Tre di questi volontari erano donne. Ecco le loro storie. 

HAVIVA REIK

La ragazza con la motocicletta 

Siamo a Banská Bystryca, nell’odierna Slovacchia, all’inizio degli anni ‘30. Lungo le strade polverose sfreccia una moto guidata da una ragazza. Potrebbe essere una scena inusuale per l’epoca, ma non in questo posto. Quella ragazza, conosciuta da tutti come “la ragazza con la motocicletta”, si chiama Marta Reiková ed è arrivata in città nel 1929, all’età di 15 anni, insieme alla famiglia. Le condizioni economiche a casa non sono buone, e dopo un paio d’anni deve abbandonare gli studi per andare a lavorare. Trova un impiego nel negozio di ferramenta dei fratelli Norberg, dove fa la commessa e la contabile. In questo periodo inizia ad avvicinarsi alla causa sionista iscrivendosi al movimento giovanile Hashomer Hatzair, e adotta il nome ebraico di Haviva. 

Haviva Reik / Wikipedia

Haviva Reik / Wikipedia

Nel 1938 si trasferisce a Bratislava, dove frequenta un corso di preparazione per l’emigrazione in Palestina. Trova lavoro come segretaria del dottor Oscar Neumann, capo dell’organizzazione sionista in Slovacchia, e successivamente al Fondo nazionale ebraico. Le cronache la dipingono come un’idealista, una donna controcorrente dalla vita sentimentale inquieta. A Bratislava sposa Avram Martonovic, con il quale parte per la Palestina nel 1939. Il matrimonio però finisce subito e Haviva si trova impegnata nella fondazione del kibbutz Ma’anit, dove si dedica alla produzione di olio di agrumi e a organizzare il lavoro delle madri. Nel tempo libero si dedica ai bambini e all’educazione dei giovani scout. Entra in contatto con il Palmach, la formazione paramilitare dell’Haganah, e decide di arruolarsi. Quando la Soe chiede all’organizzazione di fornire paracadutisti per la missione in Europa centrale, Reik è tra i primi a rispondere. Viene subito arruolata, e aggregata alla Waaf (Women’s Auxiliary Air Force) sotto il nome di Ada Robinson. In breve tempo, dopo aver ricevuto l’addestramento come paracadutista, ottiene il grado di sergente. 

Si attende il momento giusto per intervenire. L’occasione comincia a delinearsi verso la metà del 1944. La Slovacchia, indipendente dal 1939, è amministrata dal governo fantoccio e collaborazionista di Jozef Tiso. All’inizio dell’estate si intensifica la lotta partigiana sulle montagne, mentre l’Armata Rossa è arrivata a Krosno, nel sud della Polonia, a 40 km dal confine. Il momento sembra propizio per un’insurrezione. Al comando delle operazioni c’è il generale Ján Golian. Guida un contingente iniziale di circa 50mila uomini. 

Il via della rivolta scatta il 29 agosto, ma da subito una serie di defezioni e di problemi ne pregiudicano l’esito finale. Soprattutto, viene a mancare l’appoggio dei sovietici, che restano sulle loro posizioni, analogamente a quanto stanno facendo nella Varsavia insorta contro i nazisti. I tedeschi trasferiscono in Slovacchia 40mila unità per reprimere l’offensiva. I combattimenti dureranno due mesi, fino al 28 ottobre. È durante quest’arco di tempo che la Soe decide di inviare sul campo quattro dei suoi soldati: Rafi Reiss, Zvi Ben’Yaakov, Haim Hermesh e, appunto, Haviva Reik. 

Il lancio è previsto per il 14 settembre, per quella che viene denominata Operazione Amsterdam. I quattro dovranno raggiungere Banská Bystryca e fungere da ponte di collegamento con la resistenza. All’ultimo momento però i britannici cambiano idea, vietando a Reik di partire. I tedeschi ottengono la copia degli ordini con il quale si fa divieto alle donne di attraversare le linee nemiche. Dunque, qualora venisse catturata, verrebbe quasi sicuramente trattata come una spia e quindi giustiziata, piuttosto che essere considerata un prigioniero di guerra. 

Lei però non si perde d’animo, e riesce a ottenere il permesso di aggregarsi a un’operazione americana, che prevede volo e lancio proprio su Banská Bystryca. In questo modo riesce a ricongiungersi ai suoi colleghi dell’operazione Amsterdam, e a fine settembre si unisce a loro un quinto paracadutista, Abba Berdichev, che porta con sé l’equipaggiamento radio. In poche settimane riescono a concertare diverse operazioni di intelligence, aiutando la comunità ebraica a organizzare dei gruppi di resistenza. L’avanzata dei nazisti li costringe però a lasciare la città il 27 ottobre. Si rifugiano sulle montagne portando con sé 40 partigiani ebrei. Costruiscono un piccolo campo fortificato, ma dopo sei giorni vengono raggiunti e catturati dalle Waffen SS ucraine. Haviva Reik viene uccisa e gettata in una fossa comune insieme a Ben’Yaakov e Rafi Reiss, durante un’esecuzione di massa conosciuta come il massacro di Kremnika nel quale perdono la vita 747 persone, il 20 novembre 1944. Abba Berdichev morirà invece nel campo di Mauthausen, dov’era stato deportato. Dei cinque l’unico a salvarsi sarà Haim Hermesh, che riuscì a ricongiungersi alle fila partigiane e poi all’Armata Rossa, prima di partire per la Palestina. 

I resti di Haviva Reik sono stati identificati e trasportati in Israele nel 1952, dove venne da subito riconosciuta come un’eroina di guerra. In Slovacchia la sua figura è stata invece riscoperta solo negli ultimi anni. A lei sono stati dedicati una graphic novel e un film dal titolo Il ritorno alla casa che brucia, entrambi a firma di Anna Grusková. Il titolo è riferito a una frase che Haviva Reik scrisse sul suo diario poco prima di lasciare la Palestina per tornare in Europa a combattere «Mi sento come una madre che fa irruzione in una casa in fiamme per salvare i suoi figli». 


HANNAH SZENES

La poetessa che andò in guerra

Hannah Szenes nasce a Budapest il 17 luglio 1921, figlia di Katarina Salzberger e di Béla Szenes, apprezzato giornalista e drammaturgo. Perde il padre all’età di soli sei anni, ma probabilmente è da lui che eredita la passione e il talento della scrittura, che coltiva negli anni della sua adolescenza. In questo periodo fa incetta di premi letterari scrivendo poesie e comincia a tenere un diario, un’abitudine che manterrà fino al giorno della sua morte. A 15 anni firma la sua prima opera teatrale. Nel 1937 viene scelta come presidente dell’associazione letteraria del suo liceo, ma la sua elezione viene duramente contestata da un gruppo di studenti più anziani che non possono accettare che la loro rappresentante sia una ragazza ebrea. È il primo forte segnale di antisemitismo con cui Hannah deve fare i conti. Un morbo che cresce sempre di più in Ungheria e che convince il fratello György a emigrare in Francia. 

Hannah invece, avvicinatasi al sionismo, sceglie di andare in Palestina. Fa domanda alla scuola femminile di agricoltura di Nahal, e dopo un mese la sua richiesta viene accettata. Quando la madre le chiede perché abbia deciso di iscriversi a una scuola di agraria piuttosto che all’Istituto ebraico di Gerusalemme, risponde che in Palestina ci sono già troppi intellettuali. Anikó, così era chiamata a casa, parte quando la Seconda guerra mondiale è già iniziata. Intraprende un lungo e difficile viaggio in treno verso la Romania, e da lì si imbarca per Haifa. 

L’impatto con la sua nuova vita è complicato. Bisogna alzarsi presto, pulire lo sterco, zappare la terra, lavare i panni. Tuttavia Hannah è in grado di abituarsi in breve tempo, e nel settembre del 1941 riesce a conseguire la laurea con lode. Sceglie di andare a vivere in un kibbutz sul lago di Galilea. La scelta non è casuale. In zona non ci sono ebrei ungheresi, ed è quello che lei vuole, per evitare che la figura di suo padre le porti favoritismi. Riesce a farsi apprezzare, e presto viene nominata responsabile dei beni e degli strumenti della comunità. In questo periodo scrive una della sue poesie più famose Passeggiata verso Cesarea. Allo stesso tempo però cresce in lei il rimorso di aver lasciato la madre a Budapest, proprio mentre in Ungheria la situazione per gli ebrei si fa sempre più pericolosa. Sente il bisogno di fare qualcosa. Si arruola quindi nelle file del Palmach, ricevendo dopo pochi mesi la chiamata della Soe. Viene arruolata nella Waaf con il nome di Agar. Il suo addestramento dura fino alla fine del 1943. Impara il judo, apprende come utilizzare le armi da fuoco e i coltelli, e a paracadutarsi. Nel febbraio del ’44, prima di partire per il Cairo, dove proseguirà la sua formazione militare, ha l’opportunità di incontrare il fratello, rientrato temporaneamente dalla Francia, e di passare un pomeriggio con lui. Sarà l’ultima volta che lo vedrà. 

Hannah Szenes prima della guerra / Wikimedia

Hannah Szenes prima della guerra / Wikimedia

Il giorno dopo parte alla volta della capitale egiziana e dopo circa un mese si trova a bordo di un aereo che sorvola il cielo della Jugoslavia, teatro della sua prima missione. Qui salta insieme ai suoi compagni Re'uven Dafni, Jona Rozen e Abba Berdichev. Si uniscono ai partigiani di Tito, dai quali apprendono che l’Ungheria è stata occupata dalla Wehrmacht. Ciò complica non poco il piano per infiltrarsi nel Paese. Rimangono dunque in Jugoslavia collaborando con i partigiani e trasmettendo via radio all’esercito britannico informazioni sugli spostamenti dei tedeschi. Szenes tuttavia non è contenta della situazione e vuole entrare in Ungheria a tutti i costi. Viene quindi organizzata una missione, per il 9 giugno. La accompagnano Péter Kallós e Sándor Fleischman della resistenza ebraica ungherese e Jacques Tissandier della resistenza francese. Portano con sé il trasmettitore, che smontano in diversi pezzi: ognuno ne tiene con sé una parte. Il giorno dopo, in un momento in cui si separano dal gruppo, Kallós e Fleischman vengono fermati dalla polizia. Kallós entra nel panico e si spara, mentre Fleischman viene brutalmente picchiato e portato alla centrale di Szombathely. Addosso a entrambi trovano i pezzi del trasmettitore. 

Un’unità di soldati tedeschi viene inviata sulla strada dove i due sono stati fermati. In zona si trovano anche Szenes e Tissandier, che vistosi accerchiati cercano di occultare le altre parti del trasmettitore prima di essere catturati a loro volta. Hannah viene portata a Budapest, dove viene lungamente torturata. I nazisti hanno bisogno del codice del trasmettitore per metterlo in funzione e scoprire quindi ulteriori dettagli delle missioni in cui sono coinvolti i paracadutisti. Hannah non parla, nemmeno quando al suo cospetto viene portata la madre, arrestata nel suo appartamento. I nazisti sperano che l’incontro la faccia cedere, ma Hannah si dimostra irriducibile. Tace, decisa.  

Gli interrogatori proseguono a ritmi incessanti per circa due mesi, poi cominciano a diradarsi. Hannah riesce a trovare il modo, per un certo periodo, di comunicare con la madre, che si trova in una cella non troppo distante dalla sua. A settembre viene consegnata dalla Gestapo agli ungheresi. La madre viene invece rilasciata e si attiva per trovare un avvocato per la figlia in vista del processo per alto tradimento che sta per iniziare. 

Prende il via il 28 ottobre, in una Budapest che ha appena registrato l’ascesa al potere delle Croci frecciate, il movimento filo-nazista di Ferenc Szálasi. Il processo è arbitrario, e la comunicazione della condanna a morte le viene data nella sua cella dal procuratore militare in persona. Hannah rifiuta di chiedere il perdono e viene fucilata. Viene accolta la sua richiesta di non essere bendata al momento dell’esecuzione ma non le è concesso di incontrare la madre per l’ultima volta.

Il sacrificio di Hannah Szenes oltrepassò subito i confini dell’Ungheria e divenne famoso in Israele. La sua figura e le sue poesie la rendono ancora oggi un personaggio estremamente conosciuto a cui sono dedicate piazze, strade e monumenti. La sua poesia Camminata a Cesarea, conosciuta anche come Eli Eli, è stata trasposta in musica e utilizzata nella colonna sonora di Schindler’s list, celebre film di Steven Spielberg. Louis Levin, curatore di una mostra in onore di Hannah Szenes tenutasi a Chicago qualche anno fa definì così la sua storia: «Alla fine, questa non è una storia sull’Olocausto. Questa è una storia di guerra». 

SARA BRAVERMAN

Sopravvissuta e madrina delle Forze armate israeliane

La meno conosciuta delle tre donne del gruppo dei paracadutisti ebrei del mandato britannico di Palestina è Sara Braverman, detta Surika. Fu l’unica delle tre a sopravvivere alla guerra, e se ne è andata pochi anni fa, nel 2013. Nata a Botoșani, in Romania nel 1918, Braverman cresce in una famiglia in cui le istanze del sionismo sono molto sentite. A soli nove anni entra a far parte del movimento giovanile sionista socialista Hashomer Hatzair e a 20 anni parte per la Palestina dove frequenta l’istituto agrario Ayanot. Nel 1940 entra in contatto con l’Haganah e due anni più tardi entra nella sezione paramilitare del Palmach. Nel ’43 arriva la chiamata della Soe. L’addestramento procede regolarmente fino al momento del primo lancio col paracadute. Mentre i suoi compagni riescono a saltare senza problemi, lei si blocca di fronte al vuoto che si apre sotto i suoi piedi. In seguito affermerà che il trauma vissuto in quel momento l’ha accompagnata per tutta la vita. 

Sara è comunque determinata a portare a termine il suo incarico. Nell’agosto del ’44 un piccolo aeroplano la trasporta in Slovacchia, in un territorio controllato dalle bande partigiane locali, a cui si unisce. La sua identità di copertura è quella di una giornalista inglese in visita nell’Europa continentale. Una copertura ridicola, affermò in seguito divertita. «Chi avrebbe potuto credere a un’educata signora inglese, incapace di mettersi il make up, ma capace di mungere le mucche dei partigiani?».

I paracadutisti volontari. Seduta a sinistra, Haviva Reik; a destra, Sara Braverman / Wikipedia

I paracadutisti volontari. Seduta a sinistra, Haviva Reik; a destra, Sara Braverman / Wikipedia

Dalla Slovacchia dovrebbe muoversi verso la Romania, ma la capitolazione di Bucarest, il 23 agosto, con conseguente schieramento a fianco dei sovietici, annulla la sua missione. Rimane ancora un po’ in Slovacchia a collaborare con la resistenza, riuscendo a sopravvivere al fallimento dell’insurrezione. Successivamente parte per l’Italia e da lì torna in Palestina, dove va a vivere nel kibbutz Shamir. 

Dopo l’istituzione dello stato di Israele nel 1948, Braverman è tra le fondatrici della sezione femminile delle forze armate (Idf), dove serve per diversi anni come istruttrice. Parallelamente prosegue la carriera militare raggiungendo il grado di maggiore.

Nel 2010, in occasione del 62esimo anniversario della fondazione di Israele, viene inclusa in un ristretto gruppo di persone che hanno contribuito alla fondazione dello stato ebraico. Come segno di riconoscimento viene scelta per accendere una delle torce nel giorno inaugurale della Festa dell’indipendenza. In quell’occasione ebbe modo di definire cosa spinse lei e i suoi compagni a partecipare alla missione per liberare l’Europa. «Io, Hannah Szenes e Haviva Reik, così come gli altri volontari, eravamo persone semplici. Credevano in quello che stavamo facendo per la nostra gente, per il sionismo socialista, e per i movimenti politici a cui appartenevamo».

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