Speciale parlamentari ungheresi 2026
Cari lettori e care lettrici,
Il prossimo 12 aprile potrebbe essere una data storica per l'Ungheria: un giorno che potrebbe sancire un cambio di regime. Non si tratta di un'iperbole: Viktor Orbán, al governo dal 2010, ha creato un regime politico diventato sistema costituzionale, economico, sociale e culturale sintetizzato dalla sigla NER (Sistema di collaborazione nazionale), dove i principali attori, istituzionali e non, del Paese viaggiano uniti al partito di governo per il bene dell'Ungheria. La NER potrebbe essere ora spazzata via da un partito giovanissimo, guidato dall'astro nascente Péter Magyar, e che potrebbe riuscire in un'impresa che sembrava impossibile.
Se Fidesz dovesse perdere queste elezioni, avremmo un cambio di regime che seguirebbe i grandi punti di svolta che l'Ungheria ha vissuto negli ultimi 150 anni: la fine della monarchia e la firma del Trattato del Trianon, la tragedia della Seconda guerra mondiale, i fatti del '56 e il crollo del Muro di Berlino. Nel giugno dell'89 la fine del socialismo fu simboleggiata da un ormai famoso discorso in piazza degli Eroi a Budapest in cui un ventenne Viktor Orbán intimò ai sovietici di lasciare il Paese. Questa domenica il cerchio si potrebbe chiudere, relegandolo al passato. Ma attenzione a darlo per sconfitto prima del tempo. E attenzione anche alle sorprese che potrebbe riservare Péter Magyar.
Per analizzare al meglio le cruciali elezioni del 12 aprile e i possibili scenari alla proclamazione dei risultati abbiamo realizzato questo longform per i lettori di Centrum Report. Buona lettura!
A CHE PUNTO SIAMO
Dall'ottobre 2024 Fidesz figura in svantaggio nei sondaggi, e già questo è un evento. In primis, è un mero fatto fisiologico: Fidesz sta per Alleanza dei Giovani Democratici; quel gruppo di amici, tutti under 30, che nell'88 fondarono il partito, dopo quasi 40 anni sono ancora ai vertici del Paese e il loro è un potere ormai logoro. In più, gli ultimi quattro anni sono stati un periodo di affanni. Anni in cui l'economia ha frenato e in cui tutto è sembrato tramare contro il governo: l’invasione russa dell’Ucraina, la crisi dell'automotive, l'ulteriore inasprirsi del contenzioso con l'UE e il blocco dei fondi europei. Di fronte a tutto questo misure come gli aumenti degli stipendi, la reintroduzione della 13esima alle pensioni, le tanto pubblicizzate politiche per la famiglia sono stati solo un modo per contrastare affannosamente l'aumento dell'inflazione. A metà legislatura è poi arrivato poi lo scandalo di una grazia presidenziale molto scomoda, che ha trascinato con sé due delle più brillanti figure tra i giovani del partito: la presidente della Repubblica, Katalin Novák, e l'ex ministra della Giustizia, Judit Varga.
È da questo scandalo che esce allo scoperto, in un'intervista esclusiva online che fa record di visualizzazioni, lo sfidante di queste elezioni ungheresi: Péter Magyar. Il quale punta il dito contro la deriva del sistema di potere, e in pochi mesi trasforma un piccolo partito locale, Tisza, il fiume Tibisco che bagna le terre della provincia ungherese, in una formazione che raccoglie il 30% dei consensi alle europee del giugno 2024.
A ottobre dello stesso Tisza è già in testa ai sondaggi. Magyar dimostra di aver imparato bene la lezione; il suo Tisza è un partito verticistico, dove spicca la figura del leader forte, ma che dà anche molto spazio agli attivisti, organizzati in piccole sezioni locali chiamate le "isole del Tibisco". Sa che le elezioni si vincono in provincia e in pochi mesi parte per ben tre tour elettorali toccando ogni singolo collegio e piccolo centro, bandiera ungherese in mano, spesso vestito in abiti tradizionali. Le sue Marce Nazionali raccolgono quasi il doppio dei partecipanti alle Marce della Pace di Orbán.
Per tutto il 2025 e fino a oggi, Tisza aumenta addirittura il vantaggio, evitando di sfidare Fidesz sui temi della sua campagna, incentrata sul pericolo ucraino alle porte, e concentrandosi sui problemi di scuola e sanità, e sul riavvicinamento all'Europa.
ORBÁN - IL CAMPIONE USCENTE
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16 giugno 1989: Budapest, piazza degli Eroi. Un giovane dalla folta chioma corvina sale su un palco davanti a 200mila persone accorse per commemorare l'ex primo ministro Imre Nagy e i martiri dell'insurrezione del 1956 repressa da Mosca. Ha ventisei anni, è sposato, laureato in Legge con una tesi sul sindacato polacco Solidarność e fa il ricercatore a Oxford grazie a una borsa di studio della Fondazione Soros. È il leader del Fiatal Demokraták Szövetsége, un partito fondato l'anno prima. Dal palco invoca libere elezioni, l'uscita delle truppe sovietiche dal Paese e invita a ritrovare tanto gli ideali del '56 quanto gli obiettivi della rivoluzione ungherese del 1848. Il neonato partito guidato da quel brillante oratore diviene noto come Fidesz e nelle libere elezioni della primavera seguente conquista l'8,95% dei voti e otto seggi in parlamento. Su uno di essi siede proprio quel giovane: Viktor Mihály Orbán.
La parabola politica dell'attuale premier ungherese comincia così. Trentasei anni - e molti capelli bianchi in più - dopo, Viktor Orbán è stato primo ministro per venti anni, gli ultimi sedici dei quali consecutivi, grazie a quattro tornate parlamentari vinte di fila, per di più con la super maggioranza dei due terzi dei seggi del parlamento. Numeri che evidenziano come la sua figura abbia monopolizzato la scena politica. Una figura divisiva e ingombrante, le cui interferenze sulla vita economica, giudiziaria, culturale, accademica, e persino sportiva e religiosa dell'Ungheria restano tangibili.
Del liberalismo democratico, come pure dell'europeismo degli esordi, resta poco. Con il tempo Orbán è divenuto sovranista e populista di destra. Ha incrinato i rapporti fra Budapest e l'Ue sulla giustizia, sull'energia, sulle politiche d'accoglienza, e sull'invasione russa dell'Ucraina, divenendo il principale alleato di Mosca in Europa. Quel che è rimasto intatto è porre gli interessi dell'Ungheria al primo posto, a qualunque costo, anche perché ora questi interessi coincidono con i propri. Nel 2011 ha fatto approvare dal parlamento la Legge fondamentale, una nuova Costituzione, che ne ha consolidato il potere. Ad essa sono seguite controverse riforme giudiziarie, viste da Bruxelles come violazioni dello stato di diritto, e l'erosione dei media indipendenti ungheresi. Orbán si è inoltre costruito, e ha attaccato spesso, nemici precisi: il finanziere magiaro-americano George Soros, i migranti e la cosiddetta lobby LGBTQ+, tutti colpevoli di attentare all'Ungheria che ha in mente: omogenea, cristiana, patriarcale.
Nel suo ventennio di premierato Orbán è stato protetto e sostenuto da un cerchio magico di adepti. Politici, imprenditori, giornalisti, intellettuali organici al suo sistema di potere, che traggono vantaggi dal mantenere il 62enne premier in sella. Questa commistione fra il potere politico e quello economico e giudiziario resta il marchio di fabbrica dell'Ungheria orbániana. Sinora tale rete, unita al controllo ossessivo dei media e al credito del quale Orbán continua a godere nell'Ungheria rurale, ha funzionato. Quattro anni fa a uscirne sconfitto fu Péter Márki-Zay, ancor prima le opposizioni si concedevano il lusso di arrivare divise alle urne. Mai come questa volta l’avversario è un partito giovane e granitico, capace di generare entusiasmo popolare e di unire angoli di Ungheria che sembravano inconciliabili, nel nome dell’amor di Patria. Per Orbán è certamente la sfida più difficile.
MAGYAR - LO SFIDANTE
Come nella storia di Zeus, che salì al trono dell’Olimpo dopo avere spodestato il padre Crono, l’archetipo del parricidio si presta bene al racconto di questa tornata elettorale in Ungheria. Péter Magyar, lo sfidante di queste elezioni, ambisce ad essere Zeus, e il suo Crono è naturalmente Viktor Orbán. L’uomo che promette di ribaltare il potere di Fidesz, dentro quel partito ha militato a lungo seppur fuori dalla politica attiva. Ha iniziato a farsi notare soltanto pochi anni fa, denunciando dall’interno un sistema di potere e di clientele che aveva travolto anche la sua ex moglie. Il resto lo abbiamo già raccontato. L’uscita da Fidesz, la creazione di un partito Tisza, diventato un ingranaggio al contempo collettivo e verticistico che sembra marciare inarrestabile verso la vittoria.
Come in Italia sappiamo bene, il corpo del capo ha un significato ineludibile. Di fronte a un Orbán anziano, canuto e appesantito (seppure ben più magro rispetto a solo un paio di anni fa) con la voce roca e la giacca che tira sulle spalle e che fatica a chiudersi sul ventre, Magyar è biondo, snello, prestante, con lo sguardo tagliente e sicuro, spesso in maniche di camicia come Matteo Renzi assieme ad altri leader del centrosinistra europeo in una foto di qualche anno fa che, per la verità, non portò fortuna. Attenzione tuttavia a non cadere in pigre dicotomie: Sebbene si presenti come l’anti-Orbán, Magyar non è un politico progressista né la sua eventuale vittoria porterebbe una svolta a sinistra. Lui definisce Tisza un partito nazionale. Il suo profilo è quello di un liberal-conservatore, prudente sul tema dei diritti e con un programma elettorale che sui punti più concreti non pochi osservatori definiscono una versione light di quello di Fidesz. Una postura simile, che in altri contesti lo renderebbe un pessimo candidato, qui è proprio il suo punto forte. Dato per scontato che quasi tutta l’opposizione convergerà su di lui, Magyar ha tutte le carte in regola per attirare le persone che in passato votavano Orbán per le sue proposte economiche e che oggi sono pronti a voltargli le spalle, forse perché preoccupati di certe tendenze o magari convinti come il Gattopardo che debba cambiare tutto perché per loro nulla cambi.
Per molti elettori liberali, invece, bruciano ancora le elezioni del 2021 quando un carrozzone di opposizione disomogeneo e frastagliato aveva sostenuto Péter Marki-Zay, candidato unico degli anti-orbaniani. Non era andata bene. Magyar stavolta ha chiuso subito agli apparentamenti, rassicura l’elettorato conservatore e promette a quello liberale un reset delle regole democratiche per poi ripartire con una normale dialettica politica. Nonostante tutto, un po’ di scetticismo permane. Affidarsi a un Messia per scardinare Fidesz non è in fondo essa stessa una pratica orbaniana? La maggioranza sembra decisa a correre il rischio, a costo di votare turandosi montanellianamente il naso.
Un trend aggregato dei principali sondaggi elaborato da PolitPro
I POSSIBILI SCENARI
Come abbiamo anticipato, la novità di queste elezioni è che per la prima volta l'esito non è scontato. I sondaggi degli istituti indipendenti assegnano a Tisza un vantaggio di almeno 10 punti percentuali, mentre Nezőpont, quello più vicino al governo, è l’unico a vedere una prevalenza di Fidesz ,tra il 5 e il 6%. È ragionevole pensare che il partito di Magyar si trovi oggi in vantaggio, ma questo non significa che otterrà necessariamente la maggioranza parlamentare. Bisogna infatti considerare il peculiare sistema elettorale ungherese: l'Assemblea nazionale conta 199 deputati, di cui 93 eletti con il proporzionale e 106 con il maggioritario secco in collegi uninominali. I confini di questi collegi sono stati ridefiniti più volte per assegnare a Fidesz un vantaggio strutturale, ad esempio il numero dei collegi di Budapest è stato ridotto da 18 a 16 per annacquare il voto liberale della capitale. Per ovviare a questo squilibrio, la quasi totalità dei partiti di opposizione non si è neanche presentata alle elezioni invitando il proprio elettorato a confluire su Magyar. Ma anche così, si stima che al leader dell'opposizione servirebbe almeno il 5-6% in più per ottenere la maggioranza. C'è poi il voto degli ungheresi all'estero: in gran parte cittadini delle comunità magiare in Romania, Serbia e Slovacchia, a cui Orbán ha concesso cittadinanza e voto per corrispondenza dal 2010. Un bacino che nel 2022 ha espresso oltre il 90% delle preferenze per Fidesz. Di contro gli ungheresi trasferitisi all’estero per motivi di lavoro, e presumibilmente poco entusiasti delle politiche di Fidesz, possono esprimere il loro voto solo nelle pochissime sedi consolari predisposte.
Eppure, Magyar ha dalla sua fattori che rendono questa sfida diversa. A differenza delle opposizioni frammentate del passato, Tisza ha catalizzato il malcontento in un unico polo credibile, letteralmente cannibalizzando gli altri partiti di opposizione. La partita è equilibrata e tutti gli scenari sono possibili, compreso quello di una vittoria schiacciante di Tisza come sembrano indicare le ultimissime proiezioni. L’unico terzo incomodo è Mi Hazánk, il partito di estrema destra, l’unica altra formazione che i sondaggi collocano al di sopra della soglia di sbarramento del 5 %. Se però, come molti prevedono, vi sarà un’altissima affluenza alle urne, superiore all’80% (grazie alla enorme mobilitazione dei due partiti maggiori) Mi Hazánk si potrebbe ritrovare al di fuori di un parlamento di soli due partiti. In caso contrario potrebbe dare una mano a Fidesz. Anche se formalmente è stata esclusa un'alleanza tra i due, le convergenze su sovranismo, euroscetticismo e retorica anti-migratoria rendono plausibile una cooperazione esterna.
CHE COSA CAMBIERÀ
Per immaginare gli scenari post-elettorali, a parte i sondaggi citati in precedenza, bisogna tenere conto del discrimine legato al raggiungimento o meno della super maggioranza dei due terzi dei seggi in parlamento. La legge elettorale consente di ottenerla con relativa facilità, e Fidesz se ne è avvalsa negli ultimi anni.
Se Orbán vincerà per l’Ungheria cambierà poco, anche se Fidesz dovrà probabilmente iniziare a governare avendo in parlamento un'opposizione agguerrita e compatta come mai accaduto in questi anni. Orbán completerà un ventennio al potere e potrebbe iniziare a preparare la successione, con il fedele ministro degli Esteri, Péter Szijjártó, nel ruolo di erede designato.
Se sarà Tisza a vincere conquistando i due terzi del parlamento, Magyar avrà i numeri per mantenere la promessa fatta agli elettori: quello di operare il cambio di regime, a cominciare dalle leggi cardinali della costituzione orbániana, per continuare con le leggi anti-corruzione, la commissione d'inchiesta per il recupero dei beni, l'adesione dell'Ungheria alla Procura europea e la patrimoniale per i grandi capitali. Ci sarà la riforma dei Servizi, in economia il recupero dei fondi europei e il lento affrancamento dal gas russo, con il conseguente ritorno dell'Ungheria nell'alveo di Bruxelles. Questo sulla carta. Sicuramente il cambio di regime non sarà così facile, come non lo è mai stato nella storia ungherese. Come nell'attuale scenario polacco, gli uomini di Orbán resteranno comunque nei gangli del potere, dalla Corte costituzionale, alla presidenza della Repubblica, ai vertici dei settori economici e culturali.
Orbán, inoltre, ha recentemente rivendicato i suoi 16 anni di opposizione nei primi 20 passati in politica, è un combattente che sa cosa vuol dire giocare il ruolo dell'underdog, nei cui panni ama mettersi del resto anche adesso. Dipenderà anche da quanti gli resteranno fedeli e non vorranno saltare sul carro del nuovo corso.
Infine lo scenario forse più probabile, quello di una vittoria di Tisza con maggioranza semplice. Porterebbe con sé le stesse incertezze dello scenario precedente, l’impossibilità di compiere riforme strutturali e in più le difficoltà di dover gestire un gruppo di deputati tutti alla prima esperienza, provenienti dalla società civile, un governo di tecnici provenienti dal mondo delle multinazionali e un premier, Magyar, alla sua prima esperienza di governo. Sarà un esecutivo che beneficerà del ritorno dei due miliardi di Euro di fondi europei attualmente congelati per il rilancio dell'economia, ma che dovrà anche barcamenarsi in tempi di guerre e crisi energetiche, riassestando la posizione internazionale dell'Ungheria.
E comunque vada noi saremo qui a raccontarvelo.