Le luci d'arte del comunismo

Il magazzino dove i responsabili del Neon Muzeum di Varsavia raccolgono le insegne colorate che illuminarono Varsavia e altre città dell’Est al tempo del comunismo.

Il magazzino dove i responsabili del Neon Muzeum di Varsavia raccolgono le insegne colorate che illuminarono Varsavia e altre città dell’Est al tempo del comunismo.

di Matteo Tacconi

Ancora una volta la Notte di musei di Varsavia, quest’anno tenutasi sabato 18 maggio, ha fatto registrare migliaia di presenze al Neon Muzeum. Una lunga coda di persone fuori, e un formicaio di visitatori dentro: tutti intenti a catturare le insegne colorate che fiorirono nella Varsavia del comunismo e che oggi sono custodite in un vecchio magazzino, al limite tra i quartieri di Praga e Kamionek. Sponda est della Vistola.

A vedere il museo, da dentro, con tutta quella gente intenta a fare selfie e a postare le proprie foto su Instagram, verrebbe da dire che il Neon Muzeum è un posto molto pop, se non frivolo. Ma l’apparenza inganna. In una città attraversata dalla Storia in modo violento, e unico, anche queste luci raccontano tanto del Novecento. Durante la Notte dei musei abbiamo incontrato Ilona Karwińska e David Hill, i fondatori di questa caratteristica galleria. Lei fotografa polacca, lui designer britannico. Compagni di lavoro e nella vita. Abbiamo chiesto loro di raccontarci l’avventura che li ha portati a creare, nel 2005, uno dei più interessanti musei della capitale polacca.

Ilona Karwińska e David Hill, i fondatori del Neon Muzeum.

Ilona Karwińska e David Hill, i fondatori del Neon Muzeum.

Partiamo dagli anni Cinquanta e Sessanta, ovvero il periodo in cui a Varsavia iniziarono a comparire i neon. Perché questa esplosione di luci, in una città che per diversi anni, dopo la Seconda guerra mondiale, fu buia, ancora ricoperta di macerie e politicamente cupa, almeno fino alla morte di Stalin, nel 1953?

David Hill: Le autorità lanciarono una grande campagna per la “neonizzazione” perché capirono che c’era bisogno di un risveglio culturale. Gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale furono molto duri. Ci fu penuria a livello di consumi. Il regime comprese che doveva lanciare un messaggio positivo. Puntarono sul glamour, su queste luci eccitanti. Era un modo per dire che sarebbero tornati i bei tempi. I neon furono usati per tutto: negozi, ristoranti, bar. Anche sulle facciate delle scuole c’erano neon.

Ilona Karwińska: I neon non avevano scopi pubblicitari, anche perché a quel tempo non c’erano attività private. Le loro scritte erano semplici: “panetteria”, “ristorante”, “giornali”. Con queste insegne si voleva rendere Varsavia più lucente. Si voleva dare l’illusione di un mondo migliore. Un modo che certo, non esisteva. Per esempio, c’è una strada di Varsavia, via Puławska, dove c’erano tantissimi neon. Ma nei negozi non c’erano prodotti. Ecco, i neon ci ricordano anche questi momenti difficili vissuti da noi polacchi al tempo del comunismo.

Il messaggio dei neon era politico, ma queste luci sono anche opere d’arte. Giusto?

Ilona Karwińska: Esattamente. I neon furono realizzati da artisti, grafici e architetti. Un architetto, per esempio, quando disegnava un edificio pensava anche alla collocazione dei neon. Era come se fossero il gioiello da apporre sulle facciate. Il colore dei neon è stupendo, e la loro luce è molto morbida. Da vicino non dà fastidio alla vista. E permette di vedere le insegne anche da molto lontano. Era meraviglioso – credo – camminare la sera sotto la luce dei neon nella Varsavia di quegli anni.

Crollato il comunismo, molti neon furono spenti o addirittura dismessi. Perché?

David Hill: Capisco che dopo il 1989 si avvertì l’esigenza di disfarsi dei simboli del comunismo. Ma delle volte non si pensò a fondo a ciò che si stava facendo. I neon non erano simboli del regime, erano qualcosa di più e altro: opere d’arte, appunto, disegnati con grande sensibilità. Eppure, molti furono dismessi.

Ilona Karwińska: I neon rappresentano la storia della gente di Varsavia e di questa città. Ci dicono come è cambiata, e Varsavia – sia chiaro – doveva cambiare. I neon divennero anche dei punti di riferimento. La gente si incontrava sotto le luci di questa o quell’insegna. Al museo abbiamo tanti visitatori giovani, perché siamo il posto più “instagrammabile” di Varsavia. Ma viene anche gente di una certa età, proprio per un discorso di memoria: si ricordano dei neon di Varsavia, di dove si incontravano. È una forma di nostalgia. È la loro giovinezza.

Il servizio video di Matteo Tacconi sul Neon Muzeum, per il sito di RSI.

Da dove nasce l’idea di fare un museo?

Ilona Karwińska: Anni fa, David notò che c’erano questi neon, ormai non più funzionanti, sui palazzi di Varsavia. Reclamizzavano scuole di danza, ristoranti e bar che non esistevano più. Mi suggerì di fare un progetto fotografico sugli ultimi neon di Varsavia. Così iniziai a girare per la città con la mia macchina fotografica. E più giravo, più neon scoprivo. Pubblicai un primo libro, poi un secondo, e sentii che dovevo andare avanti in questa ricerca, era troppo affascinante. Ci dicemmo che dovevamo provare a salvare i neon, altrimenti sarebbero scomparsi per sempre. Da quel momento, cercammo di intervenire per farci dare i neon, ogni volta che vedevamo qualcuno che li stava rimuovendo. Ne ottenemmo alcuni, e decidemmo di aprire un museo. Lo chiamammo Neon Muzeum, ma all’inizio era solo virtuale. Costruimmo un sito, e invitammo i varsaviani a dargli un’occhiata. Ben presto, iniziammo a ricevere chiamate da gente che chiudeva il negozio, o lo rinnovava, e ci chiedeva se volessimo i loro neon. Se allora qualcuno mi avesse predetto il successo che avremmo avuto, dimostrato da questa lunga fila di visitatori che abbiamo oggi, l’avrei preso per pazzo. Sono davvero molto orgogliosa di ciò che abbiamo realizzato, e questo museo resterà a Varsavia per sempre: questo è sicuro.

Negli ultimi anni c’è stato un revival dei neon a Varsavia. Sono stati riaccesi, o ne sono stati realizzati di nuovi. A cosa si deve questo fenomeno?

Ilona Karwińska: Noi, come museo, questo revival lo abbiamo ispirato. E sviluppiamo anche progetti per la fabbricazione dei nuovi neon di Varsavia. Credo che siano una reazione alla globalizzazione, a quel tipo di pubblicità, piatta e uniforme, senza identità, che ha preso piede nella città e nel Paese con l’avvento del capitalismo. Ha poco a che fare con la tradizione grafica polacca. Se hai un negozio di fiori, vuoi un’insegna che ti rappresenti, che ti faccia dire la tua. Un neon è più bello di un banner o di un led.

Chiediamo a David Hill se il Neon Muzeum ha in mente nuovi modi e nuove direzioni per svilupparsi e continuare la sua storia. Ci riflette un attimo, per poi invitarci a vedere il magazzino al piano superiore dell’edificio di mattoni sbriciolati che ospita il museo. Dice che nessun altro giornalista finora ha sbirciato lì dentro.

Saliamo le scale. Una volta dentro, Hill accende una torcia e ci mostra centinaia di neon accatastati a terra (vedi gallery finale). «Alcuni devono essere ristrutturati, altri sono già pronti per essere esposti. Questi neon non sono solo di Varsavia. Vengono da altre città polacche, o anche da altri Paesi del vecchio blocco dell’Est. Ne abbiamo di cecoslovacchi, di ungheresi, di romeni e di bulgari, anch’essi risalenti al periodo comunista. Anche in questi Paesi i neon e questo tipo di design si affermarono. L’idea è quella di allargarci, per creare una mostra sui neon di tutta l’Europa centro-orientale. Ma serve spazio, e servono risorse. È difficile, ma vogliamo percorrere questa strada».

 
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