Varsavia avrà sempre i suoi ebrei
Konstanty Gebert nella sua casa di Varsavia.

Konstanty Gebert nella sua casa di Varsavia.

di Matteo Tacconi

Konstanty Gebert è un giornalista molto rispettato di Varsavia. È una delle firme storiche di Gazeta Wyborcza. Giornalista, ma non solo. Gebert è stato militante di Solidarność, ed è ancor più noto per essere un attivista di primo piano della comunità ebraica di Varsavia. Una comunità piccola, ma molto attiva; una presenza importante nel panorama culturale della capitale. Gebert figura tra coloro che l’hanno rifondata dopo il 1989.

Il suo impegno come attivista ebraico – questo il tema che affrontiamo – iniziò da prima dell’avvento della democrazia. Durante gli anni del comunismo, che furono particolari e duri per gli ebrei polacchi, dimenticati e marginalizzati, Gebert fu tra i promotori dell’Università ebraica volante. Lui e altre persone, non solo di origine ebraica, si riunivano in abitazioni private, clandestinamente, per parlare di questioni ebraiche. Era un modo per rompere il tabù che vigeva su questa cultura.

Quell’esperienza costituì la base per creare una comunità ebraica moderna dopo la svolta democratica del 1989. Per raccontare questa e altre cose, Gebert ci ha ricevuto nella sua abitazione di via Bagatela a Varsavia.

Prima del 1939, l’anno in cui la Germania invase la Polonia, dando il via al secondo conflitto mondiale, a Varsavia vivevano più di 300mila ebrei, oltre un terzo dell’intera popolazione. Lei è del 1953, dunque non ha mai conosciuto quella Varsavia. Magari però se la immagina?
Prima della guerra Varsavia era indubbiamente la capitale mondiale del popolo ebraico. All’epoca Tel Aviv era una cittadina, mentre Gerusalemme era un pezzettino di terra perso nei monti di Samaria. Il 30% degli abitanti di Varsavia erano ebrei. Varsavia era una città assolutamente ebraica, forse anche più di New York. Tutto, tutto è cominciato qui. Il chassidismo, il sionismo, il teatro ebraico, il giornalismo ebraico: davvero, tutto iniziava a Varsavia o, se non qui, in una città della Polonia. Varsavia era il cuore pulsante dell’ebraismo mondiale, ed è per questo che è stata assassinata.

Quando cammino per le sue strade mi capita una cosa molto strana. Mi sembra di vedere la “vera” Varsavia, cioè la Varsavia di prima della guerra. Quella di oggi, completamente ricostruita sulle macerie della vecchia, sembra quasi una rappresentazione teatrale, che nasconde, appunto, la vera città. So che può sembrare bizzarro, ma quasi quasi mi devo sforzare di accettare la Varsavia odierna come la Varsavia autentica.

Alcune foto di Konstanty Gebert risalenti all’epoca del comunismo e una mappa che mette a confronto l’odierno centro di Varsavia con quello pre-bellico.


Ci fu l’Olocausto. Poi venne il comunismo, e furono anni difficili per gli ebrei. Erano rimasti in pochi, in un Paese che aveva perso anche le altre sue minoranze storiche, con un regime che per coltivare il consenso accarezzava un certo nazionalismo e che vedeva in Auschwitz il simbolo dell’onta arrecata dal nazismo alla nazione polacca, più che quello del genocidio degli ebrei. Nel 1968 ci fu persino una grossa campagna antisemita. Che successe di preciso?  
Se vogliamo essere precisi, dobbiamo dire che il 1968 iniziò nel 1967, dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei giorni. Fu una sconfitta per il campo socialista, che appoggiava i Paesi arabi. In Polonia in molti esultarono per la vittoria di Israele, ovviamente senza darlo a vedere. Esultarono gli ebrei, perché sostenevano ovviamente lo Stato ebraico. Ma la sconfitta dei Paesi arabi, dunque di Mosca, di Varsavia e delle altre capitali dell’Est, era una buona notizia per tutta la popolazione.

Il governo reagì duramente, prendendosela con gli ebrei. Furono espulsi tutti gli ufficiali ebrei dell’esercito. Sempre in quell’anno, il capo del Partito operaio unificato polacco, Władysław Gomułka, fece una durissima dichiarazione sugli ebrei come quinta colonna dell’imperialismo occidentale. Tutto questo anticipava – in un certo senso preparava – il 1968. In quell’anno ci furono manifestazioni studentesche contro la censura e per la democrazia. Esplosero sulla scia di quanto accadeva a Praga, dove il nuovo leader comunista, Alexander Dubček, aveva aperto alle riforme. Il regime polacco represse il movimento e, timoroso di perdere consenso, attivò la leva dell’antisemitismo, che continuava a essere presente nella pancia del Paese. Usò il pretesto che molti dei leader della protesta fossero ebrei per condannare tutto il movimento come una provocazione sionista contro il socialismo, e compattare la popolazione polacca. Da lì si aprì una epurazione, vasta, nei confronti di migliaia di ebrei. Coloro che lavoravano nei ministeri, nelle scuole e nelle università furono licenziati, in un clima terribile, che veramente fece pensare agli anni Trenta in Germania. Non andò in quel modo, fortunatamente. Eppure quella situazione, davvero pesante, indusse 13mila ebrei polacchi a emigrare. Erano la metà di quelli sopravvissuti all’Olocausto.

Sia io che molti miei amici ebrei fummo espulsi da scuola. Un giorno degli individui arrivarono a picchiarmi, perché dissero che avevo la faccia da ebreo. Il Paese fu completamente desionizzato. Mia madre perse il lavoro, io fui espulso da scuola, mia sorella emigrò in Italia. Nei successivi dieci anni la parola “ebreo” fu bandita in Polonia. Non si parlò più di ebrei e di ebraismo. Il tema divenne tabù.   

Verso la fine degli anni ’70 lei fu promotore dell’Università volante ebraica. Ci racconta quell’esperienza?
Erano degli incontri durante i quali si discuteva di temi vari, tutti con una rilevanza ebraica. Ci si vedeva ogni due settimane a casa di qualcuno. Il contesto era molto informale. Questa libera discussione la chiamammo Università volante ebraica, ispirandoci all’Università volante, storica istituzione polacca di incontri non ufficiali, su temi sgraditi al potere, che operò tra fine Ottocento e inizio Novecento a Varsavia, all’epoca parte dell’impero russo.

Pur occupandosi di tematiche ebraiche, la nostra università era aperta ai non ebrei. Molti di noi non lo erano, infatti. Tutto nacque per via di un interesse comune, che appunto era l’ebraismo. Non pensavamo a una ricerca delle nostre radici, non inizialmente, almeno. Volevamo soltanto rompere il tabù che sull’ebraismo gravava.

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Gli incontri andarono avanti per due anni. A ognuno di essi partecipavano dalle 25 alle 50 persone: dipendeva da quanto grande era il posto che di volta in volta ci ospitava. Si interveniva liberamente, spesso senza cognizione. Sembra assurdo, ma non sapevamo davvero nulla di ebraismo! Oggi, se ripenso alle cose stupide che dicevo in quei contesti, quasi mi vergogno. Ma alla fine la cosa cruciale era che si potessero usare le parole “ebreo”, “ebraico”, “ebraismo”.

A ogni incontro c’era gente che non s’era mai vista prima. Una volta un signore si mise a piangere ascoltando un dibattito. Era la prima volta che veniva all’Università volante. Dai suoi occhi sgorgavano lacrime immense. Mi avvicinai per chiedergli perché piangesse. E mi disse: «Non ho mai visto così tanti ebrei in vita mia». Quello è il ricordo più forte che ho di quel periodo.

Qual è il retaggio dell’Università volante ebraica?
Permise di creare una struttura su cui edificare, dopo il 1989, una comunità ebraica capace di funzionare in un regime democratico e libero. Ma c’è dell’altro. Quell’esperienza avvicinò molti ebrei all’ebraismo, favorendo un ricambio generazionale nella comunità. Quando cominciai ad andare in sinagoga negli anni Ottanta, ero il più giovane da due generazioni a farlo.

Cosa ci dice della comunità ebraica, oggi? E come se la immagina nel futuro?
Siamo una comunità piccola, non più di ottomila persone in tutta la Polonia. Ci sono più buddisti che ebrei, nel Paese! Però abbiamo asili nido, lotte interne e giornali (del mensile Midrasz, Gebert è stato fondatore e direttore, ndr). Insomma, tutto ciò che serve per essere una comunità.

Quanto all’avvenire, non posso certo prevederlo. La mia generazione fu una sorpresa per i nostri genitori, scampati all’Olocausto e ritrovatisi nella Polonia comunista e atea, ostile all’ebraismo: non si sarebbero mai aspettati che recuperassimo le nostre radici. La terza generazione, che è quella dei trentenni e quarantenni di oggi, è una sorpresa per noi. Alcuni di loro proseguono il percorso di recupero dell’identità ebraica, altri invece vivono laicamente. La quarta generazione è quella dei giovani ragazzi ebrei di oggi, coloro che finalmente possono frequentare le scuole ebraiche, riaperte solo negli anni Novanta. Saranno loro a doversi prendere carico del destino della comunità, tra qualche anno. Ciò che posso dire, la sola cosa che mi sento di affermare, è che a Varsavia e in Polonia ci saranno sempre ebrei e che, come al solito, non mancheranno le sorprese. 

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