Kim Lee, la regina di Varsavia

di Salvatore Greco


Il quartiere di Wola, quello che occupa gran parte del versante occidentale di Varsavia, non è particolarmente frequentato dai turisti. Eppure, ospita due musei piuttosto importanti.

Il più famoso dei due è il Museo dell’Insurrezione di Varsavia, quello che ha il compito di conservare e tramandare le testimonianze dell’evento più duro della storia polacca recente: i 63 giorni del 1944 in cui i civili di Varsavia provarono invano a liberare da soli la città dall’occupazione tedesca.

Quindici minuti a piedi da lì c’è il Museo di Wola, sezione locale del museo cittadino di Varsavia, e con una vocazione diversa rispetto a quella del suo ingombrante vicino.

Chi lo ha visitato tra marzo e luglio del 2023 si è trovato al centro di una mostra piuttosto spiazzante. Fiumi di paillette, costumi di scena vittoriani, file di scarpe glitterate di mille tonalità, ali di cartapesta coperte di piume bianche. Un trionfo di luci, colori, tessuti e fotografie. Il titolo stesso non lascia dubbi: ‘Kim Lee, la regina di Varsavia’. Soprattutto quando diventa chiaro, e ci vuole poco, che si tratta di una mostra dedicata a una drag queen.

Una mostra del genere, a Varsavia, e a due passi dal cuore della sua memoria storica più dolorosa, può sembrare una provocazione.

Del resto la narrazione ufficiale che la Polonia fa di sé, dentro e fuori dai suoi confini, si nutre del mito dell’insurrezione e dei suoi simboli, mentre non troverebbe mai e poi mai spazio per  una drag queen, neppure se definita la regina di Varsavia.

Si fa spesso l’errore di trattare le capitali dell’Europa centrale come il resto dei Paesi a cui appartengono. All’epoca di Brexit, i sondaggisti non facevano altro che ripetere che l’opinione di Londra non era quella del Regno Unito. A ogni rivolta che scoppia in una banlieue, gli esperti con il ditino alzato sottolineano che Parigi non rappresenta la Francia. Perché per la Polonia dovrebbe essere diversamente?

Intendiamoci: la città di Varsavia ha un rapporto profondissimo con l’insurrezione e i suoi protagonisti, ne celebra la memoria praticamente a ogni passo e ogni 1° agosto si ferma in memoria dei combattenti caduti.

Allo stesso tempo, nella narrazione della capitale si sono stratificate altre identità, altre storie e altri protagonisti. Rispetto al resto della Polonia, ritratta come continuamente ancorata al passato per la paura di affrontare il futuro, Varsavia corre in avanti e di lato. Costruendo una propria narrazione, a volte di difficile interpretazione per il resto del Paese.

Una narrazione in cui una drag queen può diventare un simbolo cittadino. Incomparabile con l’insurrezione, certo, ma allo stesso tempo cardine di una parte sempre più importante della sua comunità.

Una comunità per cui è più che normale stringersi attorno al ricordo di Kim Lee, la creazione artistica ed emotiva di un fisico nucleare vietnamita, artista al centro di più di 1500 spettacoli drag in 19 anni, stella riconosciuta della scena artistica queer e non solo, morto nel dicembre del 2020, attaccato a un respiratore dopo avere drammaticamente sottovalutato il rischio del Covid-19.

Quella di Kim Lee è una storia apparentemente poco polacca, ma anche profondamente varsaviana.

Per capirla meglio, però, bisogna partire dall’inizio.

Per molto tempo, quella vietnamita è stata la comunità straniera più grande presente a Varsavia. Oggi non è più così per via dei massicci arrivi di persone dall’Ucraina, ma è comunque facile imbattersi per le strade cittadine in un locale di cucina vietnamita o incontrare ragazzi e ragazze dall’aspetto chiaramente asiatico che parlano un polacco completamente privo di accento. Non c’è niente di strano, inoltre, nel sentire qualcuno usare la parola “Saigon” in una conversazione per indicare una situazione caotica e di difficile soluzione.

Cosa ha portato tanti vietnamiti a cercare fortuna in Polonia? Nulla che potremmo notare oggi, ma che era evidente fino a qualche decennio fa. I due Paesi, pur lontanissimi geograficamente e culturalmente, sono stati a lungo legati dall’appartenenza - non del tutto volontaria - alla sfera di influenza sovietica. Arrivare in Polonia, insomma, per molti studenti e lavoratori vietnamiti era una porta di accesso privilegiata verso l’Europa.

Tra le persone che hanno approfittato di questo singolare status di solidarietà socialista, c’è stato anche uno studente di fisica nativo di Hanoi, arrivato prima a Lublino in uno scambio universitario, e poi trasferitosi a Varsavia dove è rimasto contro il volere del suo governo. Per comodità, si era scelto un nome occidentale. Si faceva chiamare Andy. Andy Nguyen.

La scelta di restare in Polonia obbliga Andy a ripagare il governo vietnamita e altri soldi servono per fare arrivare da Hanoi anche i suoi familiari più stretti.

Nella Polonia dei primi anni ‘90, ubriaca di capitalismo, per guadagnare qualche soldo, più che la fisica nucleare serve il fiuto per gli affari. E Andy Nguyen ce l’ha. Tra le tante bancarelle di vestiti colorati di un vecchio mercato che oggi non c’è più, appare anche la sua.

Kim Lee nasce così. Lo ha raccontato lo stesso Andy in un’intervista rilasciata nel 2018 alla rivista Dwutygodnik. Si era travestito per scherzo, a una festa di Halloween a casa di amici, usando i vestiti e i trucchi della sua bancarella. Il primo passo di una scoperta molto più profonda su se stesso e la sua identità.

Una foto del mercato che sorgeva dove oggi c’è lo stadio nazionale di Varsavia. Per anni è stato il simbolo della transizione al capitalismo. Foto di Jacek Łagowski.

La scena artistica queer di Varsavia oggi è ricca, variegata e frequentata anche da un pubblico eterosessuale. Non era così all’inizio degli anni 2000, quando è iniziata l’avventura di Kim Lee. Tutto viaggiava sulla base del passaparola. Qualcuno che conosceva qualcuno che conosceva qualcuno. E le drag queen in Polonia si contavano sulle dita di una mano. Andy non aveva modelli da seguire, Kim Lee è una sua creazione di tutto punto.

Nei primi anni di carriera, si esibisce quasi esclusivamente sul palco del Rasko, un leggendario club Lgbtq+ di Varsavia curiosamente incuneato tra due luoghi molto più convenzionali: il centro commerciale Arkadia, uno dei più grandi della città, e il cimitero monumentale di Powązki.

Soprattutto a quel tempo, Andy e Kim Lee sono due entità separate. Sono poche le persone a conoscere entrambe le sue identità. I piani, inevitabilmente, si intrecciano più avanti, man mano che la fama di Kim cresce e le esibizioni da drag queen diventano un vero e proprio lavoro.

Soprattutto perché Kim Lee non è un personaggio. Kim Lee è un’identità che poi a sua volta, sulla scena, diventa personaggio. O anzi, personaggi. Via via che le voci sulle sue capacità si spargono e che le chiamate aumentano, Andy si trova a cucire in continuazione costumi per Kim Lee. Li fa di persona e arriva a produrne quasi 500, assieme a un’infinità di altri oggetti di scena.

Intorno al 2010 attira anche l’attenzione del mondo mainstream. Arrivano i primi articoli sulla stampa generalista. Poi anche le interviste in radio e persino un documentario, una videointervista in cui Kim Lee si racconta alla giornalista e attivista di sinistra Kinga Dunin.

Viene fuori l’etica di una drag queen profondamente coinvolta nella propria realtà. Nelle interviste rilasciate, parla molto chiaro. Afferma che tra la sua identità tradizionale e quella da drag non c’è discontinuità e non potrebbe esserci. In scena porta i suoi valori e il suo atteggiamento verso il mondo, solo con un’altra identità.

Probabilmente è questa naturalezza che convince e commuove. Ben presto, arrivano offerte per ruoli teatrali e la proposta, da parte della regista Agnieszka Holland, di un doppio cammeo nella serie ‘1983’, prodotta da Netflix, dove appaiono, in momenti diversi, sia Andy Nguyen che Kim.

Nel frattempo Kim Lee è così conosciuta che ispira apertamente una dei protagonisti del romanzo ‘Ości’ (‘Lische’, inedito in Italia) di Ignacy Karpowicz, ma ispira soprattutto il mondo dello spettacolo queer. Grazie al suo compagno e manager, si esibisce sempre più spesso anche in altre città polacche e una volta addirittura a Berlino, partecipa a vari Pride, presenzia a conferenze e dibattiti. Istituisce anche un festival che porta il suo nome dedicato al mondo delle drag queen.

Il riconoscimento più inaspettato, e forse il più significativo a livello sociale, arriva quando Kim Lee si esibisce in locali fuori dalla cerchia del mondo queer di fronte a un pubblico composto anche - se non prevalentemente - di uomini eterosessuali.

Lo stesso Nguyen, sempre in una vecchia intervista, dichiara che il pubblico etero è il suo preferito perché assiste e partecipa allo spettacolo per il puro intrattenimento senza sottotesti sessuali.

È lecito immaginare che il pubblico di uno spettacolo di drag queen sia comunque fatto di persone dalle idee progressiste o almeno liberali, ma non può non destare stupore positivo l’idea di una drag queen vietnamita che si esibisce in tranquillità di fronte a un gruppo di maschi bianchi eterosessuali polacchi.

Kim Lee durante un’esibizione. Foto di Krzysztof Jamrozik pubblicata dal Museo di Varsavia.

La parabola artistica di Kim Lee si interrompe bruscamente nell’inverno del 2020, quando Andy Nguyen si ammala. Contrae il Covid-19 nella sua seconda ondata, la più dura in Polonia. C’è chi dice lo abbia preso di proposito, partecipando a uno dei famigerati covid-party che si organizzano in quel periodo tra chi è convinto che la strada sia l’immunità di gregge. Quest’informazione è difficile da confermare, ma in fondo è anche superflua. Dopo un mese attaccato al respiratore, va in coma farmacologico e il 12 dicembre infine muore.

Lascia la moglie e un figlio adulto, ma anche il compagno di lavoro e di vita con il quale - a un certo punto - ha condiviso i suoi cari in un concetto di famiglia allargata che farebbe inorridire il governo polacco di oggi.

Lascia anche, e soprattutto, un’eredità pesantissima e difficile da raccogliere nel mondo dello spettacolo e in quello della comunità Lgbt+ di cui Kim Lee è stata un’interprete e un’attivista con pochi eguali.

La sua fama è stata grandissima negli ambienti queer e in quelli di sinistra, anche se probabilmente non ha mai davvero superato quel confine. Ci saranno decine di migliaia di persone a Varsavia, e milioni in tutta la Polonia, che non ne hanno mai sentito parlare. Chissà, magari anche qualcuno che ha conosciuto Andy Nguyen, ma non ha mai incontrato Kim Lee.

Tuttavia, il suo ruolo è innegabile. Lo dimostrano le apparizioni nella cultura pop o la mostra che un museo pubblico gli ha dedicato. E lo dimostra soprattutto l’affetto profondo che Varsavia gli ha tributato durante la sua vita e dopo la sua morte.

Forse non tutta Varsavia, d’accordo, ma una sua parte importante. Una comunità attiva, vivace e impegnata che ha fatto di Kim Lee un’icona. O, per dirla meglio, una regina.

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