Il Natale in Europa centrale - piatti, simboli, storie

Cari lettori e care lettrici,

in accordo con il clima festivo, abbiamo raccolto in questo longform speciale alcune cose che conosciamo sul Natale in Europa centrale. Le cose che ci capita di raccontare, quelle che più spesso chi non frequenta queste zone non conosce. I piatti che si mangiano, i film che si guardano, le canzoni che si ascoltano. E per finire, un piccolo excursus storico su quello che in Europa occidentale possiamo solo immaginare. Com’è stato il Natale del 1988, l’ultimo prima della fine del socialismo reale?

Speriamo che vi piaccia e vi auguriamo buone feste!

Cosa si mangia?

 

In principio fu la carpa. Karp, kapr, kapor, ponty in polacco, ceco, slovacco e ungherese. La tradizione di consumare questo pesce d’acqua dolce nella cena della Vigilia di Natale affonda le proprie radici nel XIX secolo, ma è divenuta la norma negli anni del comunismo. Scopriamo perché, ripercorrendo le tradizioni culinarie natalizie nei quattro Paesi dell’Europa centrale. 

In Polonia il Natale si inizia a festeggiare all’apparire della prima stella nel cielo, la sera della Vigilia. È consuetudine preparare la tavola con un posto in più, per accogliervi un ospite inatteso. Si comincia scambiandosi gli auguri per un nuovo anno di salute e prosperità, spezzando a metà con gli altri convitati gli opłatek, sfoglie d’ostia decorate con motivi natalizi, e poi sgranocchiandole un pezzettino alla volta.

La cena prevede dodici piatti, come gli apostoli o i mesi dell’anno. La prima è il barszcz, zuppa di barbabietola tipica anche in Ucraina. Vi si aggiungono fagioli bianchi oppure una manciata di uszka, che significa ‘orecchiette’ ma somigliano ai tortellini, con un ripieno di funghi secchi.

A seguire, il pesce. Un tempo i polacchi compravano le loro carpe vive giorni prima della cena e le nutrivano con molliche di pane nella loro vasca da bagno. Oggi pochi lo fanno ma la carpa rimane, seppur poco amata dalle nuove generazioni. I modi di servirla per Natale sono due: cotta al forno o fritta in padella. Una terza preparazione, ispirata alla tradizione ebraica, consiste nel ricavarne una gelatina e servirla con cipolle, mandorle e uvetta. Immancabili anche l’aringa e i celebri ravioli pierogi, la cui variante natalizia è ripiena di funghi e cavolo verza.

Fra i dolci natalizi, il makowiec, ciambella ai semi di papavero dalla farcitura a spirale. Un altro manicaretto di stagione sono i pierniczki, il pan di zenzero tipico di Toruń. Una bevanda tipica del Natale polacco è lo grzaniec, ossia il vin brulé, servito aromatizzato con spezie.

Il tipico barszcz polacco con gli uszka ripieni (foto da Smakopis.pl)

Anche in Ungheria la carpa è presente nella cena della Vigilia, ma viene in genere servita in tavola come ingrediente della halászlé o ‘zuppa del pescatore’, alla paprica. A seguire, immancabili gli involtini di cavolo verza (töltött káposzta) ripieni di carne macinata di maiale, riso e spezie assortite.

Meno frequente oggi imbattersi nella zuppa di vino nota come borleves, preparata facendo bollire Tokaji ungherese e aggiungendovi tuorli d’uova, zucchero, farina, cannella e chiodi di garofano Per chiudere, ecco la terza stella della trinità del Natale magiaro: il beigli un dolce tipico alle noci e ai semi di papavero; due farciture tradizionali ritenute di buon auspicio per l’anno nuovo.

La tipica zuppa di pesce ungherese Halaszle - Foma/A (AdobeStock)

Nella Repubblica Ceca la tradizionale carpa impanata e fritta viene spesso sostituita dallo schnitzel, la cotoletta di maiale che non ha lische e piace ai bambini. Resiste invece la bramborový salát natalizia, che definire ‘insalata di patate’ sarebbe riduttivo. I cechi ci mettono dentro pezzetti di mela, salsiccia, sottaceti e amano gustarla con un’abbondante guarnizione di senape e maionese. Un altro sfizio delle feste è la ‘salsiccia al vino’, creata con carne macinata di maiale e di manzo cotta nel vino bianco e insaporita con noce moscata o scorza di limone.

Sulla tavola della Vigilia non può mancare la Vánočka, un pane dolce la cui forma a treccia ricorda quella di Gesù bambino avvolto in un fagotto, preparata e infornata a casa con uova, burro, uvette e mandorle. Per accompagnare piatti così sostanziosi i cechi bevono birra, kompot di frutta, oppure l’eggnog, una bevanda simile allo zabaione, ma con aggiunta di liquore e cannella.

In Slovacchia le tradizioni natalizie hanno poco in comune con quelle dei cechi. Considerate le affinità culturali fra i due Paesi, le differenze esistenti sono in parte spiegabili con il fatto che gli slovacchi siano perlopiù cattolici a differenza dei cechi, protestanti e meno religiosi.

Il cenone della Vigilia prende il via con le opekance, note anche come pupáky. Sono piccoli pezzetti di pane tostati, accompagnati da semi di papavero e miele, talvolta con l’aggiunta di noci tritate e formaggio dolce tvaroh. I rimanenti vengono serviti con il latte caldo, per colazione, la mattina di Natale.

A seguire, le zuppe. Ce ne sono di vari tipi in tutto il Paese, per esempio con funghi o cavolo verza. Il pasto si conclude spesso con una fetta di štedrák, crostata multistrato a base di marmellata di prugne, noci, formaggio dolce e gli onnipresenti semi di papavero.

La vánočka (o vianočka in slovacco) - Foto da Cookist.it

Tradizioni antiche e cultura pop

 

Il Natale è la festa tradizionale che tra tutte è quella che si è maggiormente declinata nella cultura popolare. I Paesi dell’Europa centro orientale rimangono più strettamente legati al loro retaggio culturale e questo si riflette nella condivisione dei tre giorni di festa in ambito familiare, mantenendo tutta una serie di simbologie e di tradizioni mandate avanti per secoli. Altre tradizioni invece si sono imposte nel tempo, e su queste intendiamo soffermarci in questo paragrafo.

In Polonia ad esempio non è Natale se non si guarda ‘Mamma ho perso l’aereo’. Nel 2010 l’emittente polacca che deteneva i diritti del film aveva deciso di non inserirlo nella programmazione natalizia, ma fu sommersa di lamentele, al punto da dover cambiare i suoi piani.

Una delle ragioni del successo della pellicola di Chris Columbus è legata all’anno di uscita della pellicola: il 1990. La magia e i colori del mondo di Kevin McCallister entrarono nell’immaginario di un Paese appena uscito dal grigiore comunista. È importante ricordare come negli anni a cavallo della caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti rappresentassero una sorta di paradiso quasi irraggiungibile. In quel contesto il piccolo Kevin divenne ambasciatore di quel mondo occidentale che finalmente si poteva toccare con mano.

Oscure invece le ragioni per cui un altro film di quel periodo, ma dai toni decisamente diversi, si sia imposto non solo in Polonia, ma anche in Ungheria. Stiamo parlando di ‘Die Hard’, primo capitolo della fortunata serie che vede per protagonista Bruce Willis nei panni del poliziotto John McClane. Forse la giusta dose di mix di azione e umorismo gli ha conferito il titolo di film leggero da vedere durante le feste insieme alla famiglia.

Ovviamente Natale significa anche consumi, e quindi pubblicità. In questa parte d’Europa un discorso che inizia dal 1989 in poi, e come nel resto del mondo il periodo natalizio corrisponde a quello in cui si compra di più. Si sa, l’azienda che più di tutte ha saputo fare un’arte degli spot natalizi è la Coca-Cola, capace di esportare in questo modo il suo brand e i suoi prodotti. Il discorso vale meno per la Repubblica Ceca, dove uno degli spot più amati - va in onda a ogni festività dal 2003 – è stato realizzato dalla concorrenza. Se state pensando alla Pepsi vi state sbagliando. Ci riferiamo alla Kofola, la bibita alla cola più amata dai cechi.

In un bosco innevato papà e figlia si recano a tagliare un albero di Natale. Il papà le promette, che se riuscirà a non mangiare fino alla sera, vedrà un maiale dorato. Il finale…è a sorpresa.


Piccola spiegazione: quella del maiale dorato è una leggenda ben conosciuta in Repubblica Ceca e in Slovacchia. Si tratta infatti di una tradizione medievale. Secondo la leggenda, il maiale apparirà a chi sarà capace di digiunare fino all’apparizione della prima stella (altri dicono che sia sufficiente non mangiare carne). Soffermandoci sulla Slovacchia, quello che balza all’occhio è che sembra essere tra i Paesi del V4 quello più ancorato ai riti tradizionali: il posto vuoto a tavola la vigilia di Natale, lo scambio dell’ostia, la decorazione dell’albero e la messa di mezzanotte solo per citarne alcuni. 

Forse anche per questo motivo la declinazione pop è un po’ più sfumata. Ovviamente nemmeno qui mancano i film di Natale. Ne citiamo tre: ‘Perinbaba’ (Signora Inverno), ‘Mrázik’ (Padre Gelo) e  ‘Tri oriešky pre Popolušku’ (Tre Noci Per Cenerentola), tutte pellicole tratte da fiabe popolari.

Uno degli elementi più caratteristici del Natale ceco è legato alla tradizione musicale e in particolar modo alla Messa di Natale del Maestro Jakub Jan Ryba, scritta nel 1796 e ancora oggi il pezzo più popolare di musica natalizia ceca, che risuona un po’ ovunque a Praga e dintorni nel periodo delle feste.

Si tratta di un classico pastorale  che nella prima parte descrive una scena di villaggio in cui un giovane pastore sveglia il suo padrone per raccontargli di una strana luce celeste e di una musica meravigliosa proveniente da lontano.

L'opera, spesso descritta come una cantata natalizia, è composta da nove parti, tutte basate su motivi pastorali. Sebbene abbia la struttura di una messa latina classica, invece di svolgersi a Betlemme, le scene si svolgono da qualche parte nella Boemia centrale coperta di neve. Per il suo carattere popolare e la sua semplicità, è stata esclusa dalla liturgia cattolica tradizionale.

Concludiamo il nostro excursus pop restando sempre in ambito musicale ma con qualcosa di più recente, e per questo ci rechiamo in Ungheria, dove troviamo i Neoton Familia, uno dei gruppi pop più famosi del Paese, che ha raggiunto l’apice della sua popolarità tra la fine degli anni ‘70 e la fine degli anni’80 riuscendo a farsi conoscere anche all’estero. Tra le loro hit anche una canzone di Natale ‘Ha Elmúlik Karácsony’ (Quando Natale è passato).
Il testo esprime la malinconia del Natale che passa. Viene descritto come la fiamma dell’amore si spenga dopo Natale ma, se ce ne prenderemo cura, continuerà ad ardere. Nei tre giorni delle Festività il mondo diventa un luogo migliore e più umano. La richiesta è quella di renderlo così durante tutto l’anno.

Non sono però solo i Neoton Familia a essersi dilettati con le canzoni di Natale, un genere di solito un po’ snobbato dai gruppi pop-rock. Lo hanno fatto anche gli Omega, probabilmente la band di maggior successo della storia ungherese, con la loro eterea ‘Kiskarácsony-nagykarácsony’ (Piccolo Natale – Grande Natale).

L’ultimo Natale socialista

A dicembre del 1988, i cittadini e le cittadine dei Paesi dell’Europa centrale hanno festeggiato il loro ultimo Natale sotto il socialismo reale.

L’anno successivo avrebbe portato alle prime libere elezioni e alla fine del sistema monopartitico, ma chi poteva immaginarlo un anno prima?

Per certi versi è stato un Natale come tutti gli altri, con i simboli e i piatti di cui vi abbiamo parlato. Allo stesso tempo però è stato pieno di segnali, gli scricchiolii di un sistema che da tempo aveva perso la propria energia propulsiva e persino quella di autoconservazione.

Il Natale del mondo occidentale rappresentava la summa dei nemici del socialismo da tenere fuori dalla porta. Nel 1988, un po’ di quello spirito in parte religioso e in parte consumistico però era già entrato. E quando persino un rito immutabile inizia a cambiare, forse è il segno di qualcosa di più grande che sta per avvenire.

Il 23 dicembre 1988 in Polonia va in onda come sempre il detestato telegiornale Dziennik Telewizyjny. I due mezzibusti sembrano impeccabili, ma le notizie non sono comuni: si è conclusa la prima parte del X congresso del Partito Operaio Unificato Polacco, in un’atmosfera gelida che sa di commiato. In sala c’è il generale Jaruzelski, quello della legge marziale del 1981. È magro, serissimo dietro gli iconici occhiali scuri che non tradiscono alcuna emozione. Gli auguri della camera sono generici, laici e parlano di coesione e riforme. La voce del giornalista tradisce un leggero, ma inequivocabile, accento russo.

Come il cagnolino del meme che esclama “This is fine” mentre il salotto in cui si trova è in fiamme, la tv di Stato della Polonia socialista nel giorno dell’antivigilia di Natale cerca di nascondere sotto il tappeto una situazione politica traballante.

Lech Wałęsa, fino a pochi anni prima un nemico pubblico controllato a vista, a inizio dicembre ha partecipato a un dibattito televisivo seguitissimo in cui la sua controparte ha persino ammesso che gli aiuti dai Paesi occidentali si sbloccherebbero se fosse permessa la ricostituzione legale di Solidarność. Ma, si chiede, a che prezzo? La risposta evidentemente è: un prezzo troppo alto. Ma già porsi questa domanda non è cosa da poco.

Con tutta probabilità, l’attuale premier polacco Donald Tusk ha festeggiato il Natale 1988 a Danzica, dove lavorava come operaio in una cooperativa specializzata in lavori di precisione e famosa per essere un posto sicuro per gli attivisti dell’opposizione. Un mese prima di Natale aveva festeggiato il primo compleanno della sua secondogenita, Katarzyna. E aveva fondato il Congresso dei Liberali, un’associazione che sarebbe presto diventata partito.

Niente male come tema di cui parlare a tavola la sera della vigilia.

Un francobollo emesso in Ungheria con un abete stilizzato e che risalta appena dallo sfondo, disegnato con lo stesso stile e colori che sfumano in maniera quasi impercettibile. La data: 1988. E una parola in fondo a destra: Karácsony. Come il cognome dell’attuale sindaco di Budapest e promessa (non mantenuta) dell’opposizione al governo Orbán. Ma è solo una coincidenza. Perché ‘Karácsony’ in ungherese significa Natale.

Insomma, un francobollo con un albero addobbato e la parola Natale. Quasi didascalico, all’apparenza. Se non fosse che quel piccolo pezzo di carta è il segno di un passaggio storico.

Fino all’anno prima, la parola Karácsony non aveva posto nello spazio pubblico in Ungheria. Il potere socialista aveva mantenuto la data del 25 dicembre, ma con il nome innocuo e laico di Fenyőünnep, ovvero “festa del pino”.

La riabilitazione semantica del Natale del 1988 è un segnale abbastanza forte per dimostrare il cambiamento in atto?

Di certo qualcosa di concreto stava accadendo. Károly Grósz, già da un anno presidente del consiglio, aveva preso anche la carica di segretario generale del partito, in sostituzione del grande vecchio János Kádár che era in carica addirittura dal 1956 e dalla deposizione di Nagy.

Lo stesso Grósz, un mese prima del Natale del 1988, aveva però lasciato la guida del governo al capo della fazione riformista Miklós Németh che avrebbe poi guidato l’Ungheria nella transizione al liberalismo.

Sei mesi prima di Natale, il governo aveva fatto una piccola ma importante apertura all’economia di mercato: la decisione di riaprire a Budapest un mercato azionario, i cui lavori sarebbero iniziati l’1 gennaio del 1989, quindi chissà che qualcuno non ne abbia parlato a casa durante il cenone.

Lo ha fatto anche il premier ungherese Viktor Orbán? Da quanto è stato possibile ricostruire, probabilmente ha passato la vigilia nella sua casa di neosposo ancora senza figli nella cittadina di Szolnok, a 100 chilometri da Budapest. Nella primavera di quell’anno aveva fondato una promettente organizzazione politica, l’Alleanza dei Giovani Democratici, il cui acronimo in ungherese si scrive Fidesz. Vi dice qualcosa?

Foto dell’archivio storico dell’ambasciata francese a Praga.

“Mi passa il sale?”. È plausibile che l’abbia detto il 9 dicembre 1988 l’allora presidente francese François Mitterand all’allora leader dell’opposizione e futuro presidente della Cecoslovacchia libera Václav Havel. Quel giorno infatti i due si sono intrattenuti assieme a colazione in una sala dell’Ambasciata francese a Praga.

Quella sul sale è una supposizione, ma quest’altra frase di Mitterand è riportata da varie fonti: “Sono contento di avere incontrato i futuri leader di questo Paese”.

Non deve essere stato contento l’allora presidente comunista cecoslovacco Gustáv Husák che ha visto posticipato il suo incontro con il suo pari grado francese per una colazione con dei dissidenti.

Fatto sta che, evidentemente, in quel momento c’era poco che potesse fare. Dopo colazione, Havel e i suoi sono tornati alle proprie case senza essere fermati dalla polizia, sorpresi anche loro di questo segnale di impotenza delle autorità comuniste.

Ma tanto i cechi quanto gli slovacchi non si sentivano davvero fiduciosi sul fatto che quello sarebbe stato l’ultimo Natale socialista della loro vita. Troppo calda ancora la ferita della primavera del 1968 e dei carri armati nel centro di Praga.

Ancora più calda, la ferita dei cittadini di Bratislava del marzo di quell’anno. Da sempre più cattolici dei cugini boemi, gli slovacchi il 25 marzo 1988 avevano manifestato con più di diecimila candele portate in piazza chiedendo libertà religiosa. Per tutta risposta, la polizia aveva reagito con getti d’acqua e manganellate.

Dove ha passato la vigilia di Natale del 1988 l’attuale premier ceco Petr Fiala? Sappiamo che era ancora scapolo e aveva appena concluso i suoi studi di storia all’università di Brno, della quale sarebbe poi diventato docente e rettore.

E invece il premier slovacco Robert Fico? Proprio nel 1988 è convolato a nozze con la sua ex compagna di studi all’università di Bratislava. All’epoca, dopo la leva militare, lavorava come collaboratore al ministero della Giustizia in quanto tesserato del partito comunista cecoslovacco e ha mantenuto il ruolo fino al 1992, come iscritto al partito socialdemocratico slovacco. Insomma, un uomo per tutte le stagioni, Natale cattolico o festa dell’abete che sia.

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