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L’Iran per sfuggire alla guerra: polacchi in Persia

di Lorenzo Berardi


Teheran, 1995. Un'anziana signora dagli occhi chiari e una bambina di sette anni si conoscono in un mercato all'aperto della capitale iraniana. La bimba è disperata per avere appena perso i soldi con i quali voleva comprarsi un pesciolino rosso. La signora decide di aiutarla, acquistandogliene uno. È una delle scene più memorabili de 'Il palloncino bianco' (‘Badkonak-e sefid’), film diretto dal regista Jafar Panahi e con una sceneggiatura del connazionale Abbas Kiarostami, celebre cineasta persiano. Quell'anno, la pellicola si aggiudica il premio come miglior opera prima al Festival di Cannes e oggi, tre decenni dopo l’ovazione ricevuta sulla Croisette, resta uno dei classici del cinema iraniano. 

L'anziana signora dagli occhi chiari del film è interpretata da un'attrice nata molto lontano da Teheran, nell'attuale città ucraina di Mykolaïv. Si chiama Anna Dunin Borkowska ed è arrivata in Iran ventiseienne, più di mezzo secolo prima, assieme alla madre Agrypina. Corre l’anno 1942 quando le due donne possono abbandonare un campo di lavoro nell'oblast' di Arcangelo in cui erano state deportate dopo l'invasione sovietica della Polonia e dove è spirato il fratello di Anna, Wiktor, un talentuoso violinista. Da lì, dopo un lungo viaggio, raggiungono le coste dell’Iran, quindi Teheran. 

Terminato il conflitto, madre e figlia restano entrambe nel Paese mediorientale, dove vivranno sino alla fine dei propri giorni. Anna impara la lingua farsi, si sposa con un uomo del posto, ha un figlio, diviene attrice con il nome di Anna Afkhami, e scompare nel 2008. Da allora riposa nel cimitero cattolico di Dolab, a Teheran. Attorno alla sua lapide, ve ne sono altre duemila che recano scolpiti nomi e cognomi polacchi. La maggior parte delle date di morte comprendono il periodo che va dal 1942 al 1945. Alcune epigrafi, tuttavia, riportano anni di scomparsa assai più recenti, come nel caso di Anna, e talvolta cognomi persiani tradizionali affiancati a nomi femminili polacchi, segno di matrimoni misti. 

Fra i circa trecento polacchi rimasti in Iran dopo la fine della Seconda guerra mondiale, va poi ricordata Helena Stelmach, scomparsa nel 2017 all’età di ottantasei anni. Anche lei, come Anna Borkowska, sposò un iraniano.  Nel 2009 Mohammad Alì Nikpour, il marito di Helena, raccontò la storia della moglie in farsi nel libro ‘Az Varšou tā Tehrān’ (Da Varsavia a Teheran). E oggi Rezā, il figlio della coppia, presiede un’associazione chiamata Anjoman-e Dusti-ye Irān va Lahestān (Comitato per l’amicizia fra Iran e Polonia), creata nel 2013. 


Questo longform rientra in una serie sulla diaspora polacca, intitolata ‘I loro antenati’. qui sotto Le quattro parti precedenti:

  1. L’Africa che accolse i polacchi

  2. Polonezköy, la Polonia sul Bosforo

  3. I polacchi di Harbin, Cina

  4. espatriati dei caraibi: i polacchi haitiani


Dal Mar Caspio a Teheran

L’ingresso dell’ambasciatore persiano a Cracovia nel 1605 in occasione delle nozze di re Sigismondo III in un affresco di Balthasar Gebhardt (Wikipedia)

Polonia in farsi si scrive لهستان e si trascrive 'Lehestān'. Significa 'Terra dei lechiti' ossia, a grandi linee, ‘dei polacchi’. Per secoli, i rapporti fra i territori oggi racchiusi nei confini del Paese centro est-europeo e la Persia antenata dell'odierno Iran sono stati soprattutto commerciali. I tappeti di Isfahan, ad esempio, erano molto apprezzati dalla szlachta, la nobiltà terriera della Confederazione polacco-lituana del XVI secolo e portati in Polonia, dove erano acquistati a peso d’oro, da mercanti persiani. Assai più timidi, per quanto cordiali, erano i rapporti diplomatici esistenti fra Cracovia e Isfahan, avviati fra il 1602 e il 1615. Con la fine dell’indipendenza polacca nel 1795 e la contemporanea ascesa della Dinastia Qajar in Persia, i rapporti cessarono. Riprendono soltanto nel 1919 quando lo Scià riconosce l’indipendenza della Polonia.

Le cose cambiano drammaticamente durante la Seconda guerra mondiale, quando la Persia (divenuta Iran nel 1935) si schiera con gli Alleati e contro la Germania nazista. Ed è in quell’Iran, ufficialmente neutrale e sovrano, ma in realtà finito nella sfera d’influenza politica e militare di Londra e di Mosca, che a partire dal marzo del ‘42, approdano centosedicimila profughi polacchi. Fra di loro vi sono anche Anna Borkowska e sua madre. Per nove mesi centinaia di persone sbarcano quasi ogni giorno sulle banchine del porto persiano di Pahlevi (oggi Bandar-e Anzali) sulle rive del Mar Caspio. La maggior parte dei profughi resteranno in Iran per poco. Settantottomila di loro formeranno il Secondo corpo d'armata polacco guidato dal generale Władysław Anders e destinato a giocare un ruolo fondamentale nella liberazione dell'Italia, come abbiamo raccontato qui. 

Fra i rimanenti trentottomila polacchi arrivati in Iran, invece, almeno quattordicimila sono donne e bambini. Dopo mesi e talvolta anni trascorsi nel Paese mediorientale, migliaia approderanno altrove, con il supporto della United Nations Relief and Rehabilitation Administration (Unrra) e della Croce Rossa. Quasi la metà di loro viene accolta in ventidue campi per rifugiati allestiti in Africa orientale, nelle attuali Sudafrica, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Altre centinaia finiscono in Libano, Palestina, Messico, India e persino in Nuova Zelanda. 

Qualche anno fa il Museo dell’Emigrazione di Gdynia, nell’ambito del progetto Archiwum Emigranta, ha intervistato nove di questi bambini transitati dall’Iran sulla via per la Nuova Zelanda. Sono testimonianze orali preziose per ricostruire una vicenda complessa, ricordata con gli occhi dell’infanzia. Ecco come una di loro, Dioniza Choroś-Gradzik, all’epoca tredicenne, ricorda l’arrivo nella capitale iraniana, dopo l’approdo a Pahlevi.

Per raggiungere il campo profughi di Teheran attraversammo i monti Zagros su dei camioncini. Fu un viaggio terribile. Percorremmo una stradina di montagna strettissima dalla quale era facile cadere a ogni curva. E infatti uno dei camioncini di fronte a quello su cui mi trovavo io precipitò in un crepaccio. Quando il nostro convoglio raggiunse Teheran era sera e tutte le luci erano accese. Era la prima volta in vita mia che vedevo una città simile. Sembrava la grotta di Alì Babà. I negozi avevano ogni mercanzia e gioielli, mentre le donne indossavano vestiti bellissimi. Era difficile credere che dall’altra parte del Mar Caspio, in Unione Sovietica, fosse in corso un conflitto terribile, che l’intero mondo fosse in guerra e che vi stessero morendo migliaia di persone. In Iran tutte le botteghe e le bancarelle per le strade erano piene di generi alimentari. Dopo aver sofferto la fame in Uzbekistan era impossibile convincersi che ci fosse così tanto cibo nel mondo. 

L’insegna del ‘Polonia Cafè’ di Teheran, tratta da un fotogramma di ‘The Lost Requiem’

Nel 1943, nella centralissima via Lalehzar di Teheran, verrà inaugurato il ristorante ‘Polonia Cafè’, con la sua riconoscibile insegna al neon all’ingresso. Diviene un luogo di ritrovo per i militari Alleati e anche di liaison, sentimentali e non, fra soldati e ragazze. Resterà aperto sino alla Rivoluzione iraniana del ‘78 e apparirà nel documentario ‘The Lost Requiem’ del regista Khosrov Sinai, cinque anni dopo, nel quale è presente Anna Borkowska/Afkhami. Recentemente persino il feuilleton storico ‘Khatoon’ (C’era una volta in Iran) ha ambientato alcune scene in una riproduzione del locale. Tuttavia, per i profughi polacchi appena giunti a Teheran, la realtà è assai meno scintillante; trovano alloggio in un campo per civili a cinque chilometri dalla capitale. Nel suo libro di memorie ‘The Invited’ Krystyna Skwarko, arrivata in Iran con le figlie, riporta:

Giungemmo a Teheran il primo aprile e da lì andammo al ‘Polish Camp’. Era un grande edificio in mattoni già pieno di orfani che erano arrivati in precedenza. Il nostro gruppo di bambini venne sistemato in un lungo e largo corridoio. Il resto dei profughi civili viveva in tende fuori dall’edificio. Era anche il primo giorno di Pasqua e quei primi, meravigliosi, pasti che ricevemmo si rivelarono troppo abbondanti per gli stomaci affamati dei più piccoli, cosicchè molti di loro si ammalarono.

In questo grande edificio in mattoni, così come nelle baracche e nelle tende attorno ad esso, si crea presto il tessuto di una vita sociale fondata sulla condivisione di incombenze e passatempi quotidiani. Si tengono classi scolastiche per i bambini, le donne cuciono capi invernali a macchina, si cucina, grazie al cibo donato dalla Croce Rossa e dagli abitanti del posto, e si fa il bucato. Tuttavia, le precarie condizioni igienico-sanitarie e il progressivo sovraffollamento del campo complicano l’esistenza di chi vi vive. Non solo i bambini cadono vittima di indigestioni, tifo, malaria e dissenteria - talvolta con esiti letali - ma anche alcuni dei loro genitori, come la madre di Dioniza Choroś-Gradzik, che muore diciotto giorni dopo il suo arrivo nel campo, debilitata da un anno e mezzo di prigionia sovietica. Qualcuno fra i minori riesce a recuperare le forze, ma l’aumento degli orfani nel campo, e la difficoltà di trovare per loro spazi adeguati, convince chi lo gestisce a fare qualcosa.

Il campo per profughi civili alle porte di Teheran dove trovarono rifugio i polacchi al loro arrivo in Iran in una foto del 1942. Sullo sfondo i monti Zagros. (Rare Historical Photos)

Da Teheran a Isfahan

Ecco allora che fra i duemila e i tremila orfani polacchi del campo alle porte di Teheran, perlopiù bambine, vengono condotti altrove con il benestare dei britannici, della Croce Rossa e l’intercessione di Papa Pio XII. La loro destinazione è Isfahan, l’ex capitale persiana nota come 'Nesf-e Jahan' ossia 'La metà del mondo' nei secoli del suo massimo splendore culturale, commerciale e architettonico. Sulla strada da Teheran verso la nuova meta, il convoglio di autobus sosta anche a Qom, nella quale all’epoca già viveva la futura Guida suprema del Paese, l’ayatollah Khomeini. Nella città santa i polacchi sono accolti con entusiasmo. Come scriverà anni dopo Krystyna Skwarko, partita alla volta di Isfahan con le figlie per lavorarvi come insegnante in un orfanotrofio:

I persiani del posto si accalcavano in modo amichevole attorno ai nostri autobus, gridando quelle che dovevano essere parole di benvenuto. E intanto facevano passare dai nostri finestrini spalancati datteri, noci, piselli arrostiti, uvette e succosi chicchi di melograno.

A bordo di uno di quegli autobus vi è anche Stanisław Manterys. Ha appena sette anni quando lascia il campo di Teheran per la struttura d’accoglienza numero 10 a Isfahan, che descrive così:

Una delle 21 strutture d’accoglienza di Isfahan nel 1943 (Wikipedia)

Vivevamo in un piccolo palazzo tutto per noi. Davvero un bellissimo edificio. Aveva un giardino protetto da delle mura, delle finestre eleganti e gigantesche, maioliche blu e così via. I bagni erano incredibili, ricoperti da tutte quelle piastrelle, ma solo le femmine potevano andarci. Noi maschi usavamo una latrina scavata in un fosso e una volta un ragazzino ci cadde dentro. Insomma, non tutto era fantastico. Il cibo, però, era sempre fresco. Quelle ‘lepyoshka’ (tandyr nan, nda) persiane erano deliziose, specialmente quando ci spalmavi del burro sopra. Poi però le signore polacche che si prendevano cura di noi volevano del ‘vero’ pane. E allora qualcuno a Isfahan cominciò a sfornarlo su nostra richiesta e a consegnarcelo. Ed è strano come le abitudini possano cambiare. Il pane aveva avuto un grande valore per noi, ma ora volevamo le lepyoshka perché avevano un sapore migliore. I persiani ce le portavano fresche ogni giorno dal mercato, come la frutta e le uova bollite. 

In quel palazzo, la scuola numero 10 di Isfahan, e negli altri venti edifici della città iraniana in cui sono ospitati, i bambini e le bambine polacche sono trattati bene. Il cibo fresco e abbondante, il clima soleggiato, come pure la possibilità di dormire in delle brandine tutte per loro, tuttavia non sono abbastanza per superare i traumi che hanno appena passato. Come rievoca Dioniza Choroś-Gradzik:

Non c’erano psicologi, nessuno ci parlava, nessuno ci spiegava la morte dei nostri genitori, nulla. Spesso parlavamo fra di noi di queste cose quando eravamo a letto la notte, piangendo e tentando di curarci le nostre ferite emotive.

Eppure, nonostante tutto, i mesi trascorsi a Isfahan restano indimenticabili per gli orfani polacchi. Dopo anni di prigionia trascorsi nelle steppe del Kazakhstan, nei deserti del Turkmenistan o nelle taighe siberiane, ricominciano a vivere. Studiano, leggono, fanno sport, musica e teatro. La loro salute fisica e mentale rifiorisce in questa città-oasi iraniana dalle cupole turchesi e acquamarina.

Una foto di piazza Naqsh-e jahān a Isfahan alla fine degli anni ‘30, poco prima che nella ex capitale persiana arrivassero i bambini polacchi

Da Isfahan alla fine del mondo

Il 27 settembre 1944 diviene una data spartiacque per i bambini polacchi di Isfahan. Quel giorno 733 di loro, accompagnati da 105 connazionali adulti come accompagnatori, lasciano la città su un convoglio di autobus e camion. Non la rivedranno mai più. La loro meta è la base anglo-americana di Sultanabad (oggi Arak), poi Ahvaz. Quest’ultima città ospita in quegli anni un ex campo militare divenuto area d’accoglienza per i profughi nota come ‘Camp Polonia’. La località ha lasciato una traccia nell’odierna toponomastica cittadina, divenendo il quartiere di Campolo o Campulu, mentre nel cimitero cristiano-caldeo della città si trovano ancora oggi le tombe di 102 polacchi, perlopiù civili.

Da Ahvaz i bambini ripartono il 4 ottobre, per raggiungere il porto di Khorramshahr lungo il fiume Shaṭṭ al-Arab, alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate. Li attende la nave Sontay, che li porterà sino in India, a Mumbai. Anche questa tappa non è la meta finale di un viaggio ancora lunghissimo da completare. Solo all'alba del 1° novembre ‘44 gli orfani e i loro accompagnatori approderanno al porto neozelandese di Wellington e da lì, finalmente, al campo di Pahiatua, 170 chilometri più a nord. Nel 2015, il documentario ‘Wygrać z przeznaczeniem’ (Vincere contro il destino), diretto da Marek Lechowicz, si occupa di quest’ultima tappa, raccogliendo le testimonianze di alcuni dei 733 bambini arrivati in Nuova Zelanda dopo due anni trascorsi in Iran. Un capitolo poco conosciuto di questa diaspora e che un giorno, forse, vi racconteremo.

Quanto ai rimanenti bambini polacchi a Isfahan, gradualmente, anche loro emigrano verso altri lidi, dove si costruiranno una vita nel Dopoguerra. Pochissimi di loro rimasero in Iran e pochi rientrarono nella Polonia socialista degli anni a venire, che pure cercò di rimpatriarli. Ottant’anni dopo quell’epopea esistono numerosi libri e articoli accademici che ricostruiscono la vicenda degli orfani polacchi in terra persiana. Per commemorarli, nel 2008 le Poste polacche hanno realizzato un francobollo celebrativo. Ritrae uno di quei giovanissimi profughi, Stanisław Stojakowski, ospitato dalla scuola numero di 15 di Isfahan, fotografato sull’attenti davanti a un tappeto persiano con l’aquila polacca al centro. L’emissione filatelica si chiama 'Isfahan miasto dzieci polskich’, ovvero ‘Isfahan, città dei bambini polacchi’. Peccato che mostri il lato militaresco di una vicenda della quale andrebbero invece celebrati i risvolti umani legati all’accoglienza e al dialogo fra culture. Valori che andrebbero ricordati oggi, per comprendere meglio l’Iran.  

Ottobre 1944: rifugiati polacchi al porto iraniano di Khorramshahr, in attesa di imbarcarsi sulla nave Sontay diretta a Mumbai. © Polish Children’s Reunion Committee